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Era il 15 maggio 2004 quando, a Zurigo, il presidente della Fifa Joseph Blatter annunciava l'assegnazione del mondiale di calcio 2010 al Sud Africa. Un momento di esultanza indimenticabile, sia da parte della delegazione guidata da Nelson Mandela che di tutto il continente nero, onorato e orgoglioso di poter ospitare il primo mondiale in terra africana della storia, dopo i diciotto precedentemente disputati.
Sono passati quasi sei anni dalle immagini di festa e balli a ritmo di vuvuzela per le strade di Johannesburg, Città del Capo, Durban, Pretoria e, a poco meno di tre mesi da quell'11 giugno che sancirà l'inizio del torneo, i preparativi sembrano finalmente essere stati ultimati.
L'occasione è davvero ghiotta per il Sud Africa, e di riflesso per tutto il Continente, che potrebbe sfruttare la visibilità fornita dal mondiale, al quale parteciperanno ben 32 nazioni, per dare nuova linfa al movimento calcistico africano e anche per rilanciare il proprio sistema economico. È stato infatti stimato che l'evento contribuirà all'economia del Paese con un apporto di 50 miliardi di rand (pari a 4,6 miliardi di euro) solo con gli investimenti fatti nelle costruzioni e con un ulteriore contributo di 15,6 miliardi di rand grazie al turismo (circa 1,5 miliardi di euro). E il conteggio sarebbe ancor più elevato se gli oltre due milioni di euro per i diritti televisivi non venissero incassati direttamente dalla Fifa.
Ma questi investimenti porteranno vero beneficio per la comunità sudafricana? Le migliaia di persone che ancora oggi affollano le township nei sobborghi delle grandi città miglioreranno il loro status di vita? Le strutture realizzate verranno utilizzate anche dopo la kermesse? Il mondiale sarà un'opportunità di crescita economica, sociale, culturale, organizzativa? Le opinioni a riguardo, da parte di esperti, di giornalisti e di persone che vivono quotidianamente il territorio, sono contrastanti.
«La Coppa del Mondo significa molto per il Sud Africa - afferma Phil Masinga, attaccante sudafricano del Bari di fine anni '90 e ora dirigente della federazione calcio del suo Paese -. Unirà tutti gli africani e mostrerà al mondo intero cosa gli africani sono capaci di fare. Il Sud Africa è già stato capace di ospitare i mondiali di rugby e di cricket con ottimi risultati - continua Masinga -. Sarà proprio grazie a questi altri sport che verranno riutilizzati i nuovi stadi fabbricati; sono sicuro che il nostro popolo trarrà vantaggio da questa manifestazione». «La certezza è che il mondiale rappresenta un orgoglio sovranazionale - racconta Filippo Maria Ricci, giornalista della Gazzetta dello Sport esperto di calcio africano -. Il calcio può essere la base per lo sviluppo, lo strumento giusto per lottare contro due aspetti che tuttora caratterizzano la società africana: il razzismo e la disorganizzazione».
Per quanto riguarda il razzismo, dopo l'abolizione dell'apartheid, è interessante sapere che una legge sudafricana ha introdotto quindici anni fa i principi del Bee (Black economic empowerment), in base al quale non si può partecipare ad appalti governativi o parastatali se nella ditta non vi è una congrua partecipazione azionaria di sudafricani di colore e se, nella forza di lavoro, non sono rispettate le linee guida governative che fissano sette posti per i neri e tre per i bianchi su ogni dieci a tutti i livelli.
Sull'apparato organizzativo le perplessità sono giustificate. Se, infatti, da un lato è vero che la costruzione degli stadi e delle infrastrutture, per ospitare i milioni di tifosi che invaderanno tra giugno e luglio lo Stato più meridionale dell'Africa, è stata perfezionata in tempo utile, dall'altro lato è innegabile che nel sistema organizzativo sussistono ancora troppe contraddizioni. Emblematico ciò che è successo durante l'ultima Coppa D'Africa in Angola, dove la Caf, federazione africana di calcio, ha deciso di squalificare per quattro anni la nazionale del Togo, "rea" di aver abbandonato la competizione dopo aver subito un attentato nel quale sono stati uccise tre persone. Per non parlare dei disordini avvenuti in seguito allo spareggio mondiale tra Algeria ed Egitto. Se poi si osserva la situazione delle principali nazionali africane che parteciperanno alla fase finale della Coppa del Mondo si capisce che regna sovrano il caos: la Costa d'Avorio, a 100 giorni dal mondiale, non ha ancora un commissario tecnico, e la Nigeria ne ha appena designato uno.
«Il paradosso - aggiunge Ricci - è che in Africa e in SudAfrica il calcio conta tantissimo, anche a livello politico. Parreira, ad esempio, allenatore brasiliano del Sudafrica è stato ricoperto d'oro, con un contratto di oltre 100 mila euro al mese. I soldi ci sarebbero anche - conclude il giornalista della rosea -. Il punto è che vengono investiti male. C'è poco investimento sui giovani calciatori, che così sono costretti a venire in Europa a cercare fortuna».
Le scuole di calcio in Africa sono poche e mal gestite. A parte qualche caso isolato, per i giovanissimi calciatori africani, che sognano un giorno di poter diventare grandi campioni come Didier Drogba o Samuel Eto'o, la vita nei campi di terra battuta delle township è durissima. Anche nei campionati semiprofessionistici africani i calciatori non se la passano meglio. Basti pensare, ad esempio, che nel campionato di serie A sudafricano ci sono solamente otto squadre. E un calciatore di serie A arriva a guadagnare al massimo 100/200 dollari al mese. Ecco perché qualunque africano, appena ne ha opportunità, parte per l'Europa e non torna più indietro. Lo si capisce analizzando le probabili convocazioni ai mondiali delle sei squadre partecipanti alla competizione. Nigeria, Cameron e Costa D'avorio non porteranno nessun giocatore che milita nei campionati africani. Il Ghana ne porterà 4, l'Algeria 7 e il SudAfrica 8. Calcolando il totale, sui 138 convocati delle sei nazionali solamente 19 dovrebbero provenire dai campionati africani: circa il 14%. Una goccia del mare.
Inoltre, c'è un'altra questione che preoccupa gli organizzatori dei campionati e che induce i calciatori africani a lasciare il proprio continente: il problema della sicurezza. Oltre ai già citati casi di Angola ed Egitto, l'Africa è afflitta nelle sue zone interne da sanguinose guerre che durano ormai da anni. L'apprensione viene però ridotta minimizzata nelle parole di Ciro Migliore, giornalista italiano, direttore della Gazzetta del Sud Africa, quotidiano d'informazione degli italiani nel territorio: «Un cartoonist di un giornale sudafricano ha recentemente pubblicato una vignetta con un quiz - sostiene Migliore -. In quale di queste grandi città non è stato compiuto alcun attentato terroristico negli ultimi quindici anni? Madrid, Parigi, Londra, Roma, New York o Johannesburg?». Proprio l'ultima, assicura il direttore, che precisa: «Nel Paese ci sono quasi 500mila guardie giurate che lavorano per organizzazioni private e sappiamo che molte nazionali estere li hanno ingaggiati già quasi tutti per il periodo dei mondiali».
Nonostante tutto il Sud Africa sembra essersi preparato a questo grande evento che rappresenta indubbiamente un'occasione irripetibile sotto tutti i profili. Starà proprio al Paese ospitante e alle altre nazioni africane sfruttare questa enorme possibilità nelle tre frazioni temporali: prima, dopo e durante.
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