Sono Igiaba Scego e vengo da lontano ma non vado via PDF Stampa E-mail
Scritto da Igiaba Scego, giornalista e scrittrice   
Lunedì 17 Maggio 2010 22:00

Ieri sono stata ricevuta dal Presidente Napolitano per questa lettera, mi ha detto parole giuste ed equilibrate. Ma come fare ora a non disperdere queste voci che si levano da più parti? Io ho scritto una lettera ora. Ieri sono state scritte altre lettere da altri. Domani saranno scritte nuove lettere dal contenuto gemello. Ma la politica sul precariato non cambia. Che fare? Vi chiedo di condividere questa mail con i vostri amici e conoscenti. Grazie. Igiaba

Lettera pubblicata su L'Unità del  30 maggio 2010

Caro Presidente della Repubblica sono una cittadina di questo Paese, mi chiamo Igiaba Scego, classe `74 e volevo informarla che mi sto arrendendo. Tempo fa Lei ha rincuorato i precari, i disoccupati, i ricercatori senza affiliazione a non gettare la spugna. Ci ha detto «Coraggio non vi arrendete. Non uscite dall´Italia». Ci ha rivolto parole dolci e sincere. Purtroppo, Signor Presidente, io mi sto arrendendo. E vorrei tanto avere quel coraggio che ho sentito nelle sue parole. Ma questi sono giorni molto difficili. Temo di non essere la sola a sentirsi così.

Faccio parte, e non è una vuota statistica, di una generazione a cui sono state tarpate le ali. Sono una precaria della cultura. Sto diventando una precaria della vita. Sono settimane che penso a lei. Mi sono detta «Il nostro Presidente deve sapere». Mi sono chiesta per settimane come ci si deve effettivamente rivolgere al Presidente della nostra Repubblica. Alla fine ho optato per un "Caro Presidente" perché la parola caro è una parola legata all´intimità della sua figura che ci è padre (e sempre amico), ma anche all´intimità della disperazione quieta che le sto per illustrare.

Io sono figlia di somali nata a Roma. Sono cittadina italiana. La Somalia il paese dei miei genitori, della mia altra lingua madre, della mia pelle, delle mie tradizioni più intime si è liquefatto. La Somalia come stato non esiste più dal 1991. La guerra ci sta portando all´apocalisse, alla fine di ogni sogno. Ma ecco la perdita della Somalia mi ha fatto capire quanto invece è importante per me fare qualcosa, anche piccola, per salvare l´Italia e i sogni della mia generazione. Ho due paesi. Uno l´ho (momentaneamente spero) perso, l´altro non lo voglio perdere. Ma come fare Signor Presidente? Come fare a non arrendersi quanto tutto sembra remarci contro? Io non voglio partire, non voglio fare il cervello in fuga. Non voglio scrivere l´ennesima lettera ad un giornale della persona che non ce la fa più e chiude baracca e burattini per tentar la sorte all´estero. Non voglio rinunciare al sogno di poter fare qualcosa in uno dei due paesi che sento veramente mio. Ma questo precariato, questa incertezza costante, mi stanno uccidendo... letteralmente.

Ho un curriculum d´eccellenza, ma non serve. Sto cominciando ad avere problemi di salute per le troppe preoccupazioni. Tempo fa un amico di famiglia mi ha chiesto: «Ma tu, per lo stato italiano, cosa sei?». E poi: «Che lavoro fai?». Ho cercato di cavarmela con la solita parola: «Precaria». Ma lui ha chiesto «dettagli». Ho blaterato alcune cose. «Ho finito un dottorato di ricerca. Sono una scrittrice, una giornalista, una ricercatrice senza affiliazione. Sono letta. Collaboro con alcune riviste e alcuni giornali. Faccio mediazione culturale nelle scuole. Ho tenuto lezioni anche in un carcere minorile». Insomma, mi sono messa a fare una lista: «Lo sai che anche all´estero fanno tesi su di me?» ho detto. Ho cominciato a descrivere il mio personale arcipelago di lavori. La via crucis dell´essere precario.

Nella speranza che l´amico rimanesse impressionato e la smettesse con le sue domande moleste che, a ogni sospiro, rischiavano di far crollare il castello di carta che m´ero costruita, ho aggiunto che sono laureata, ho fatto un corso di specializzazione, un master universitario, uno stage alla Radio Vaticana, due programmi per radio Tre, e che vanto una collaborazione attiva con i giovani studenti del centro sociale Esc. E non mi sono fermata lì. «Ho lavorato in teatro. Scritto saggi. Ho tradotto opere dallo spagnolo». E visto che intendeva aprire di nuovo la bocca, ho continuato: «Conosco il lavoro duro, proletario, perché ho fatto la barista, ho venduto scarpe dietro una bancarella, ho venduto dischi, fatto la hostess nei convegni, l´animatrice con gruppi di bambini». Insomma ho parlato tanto. Mi si è seccata la gola. L´amico di famiglia aveva una domanda di riserva. Quella che temevo più di tutte: «Ma ci vivi con tutta `sta roba?». Potevo forse mentirgli? Gli ho risposto: «No, non ci vivo. Devo fare miracoli ogni mese. Vorrei un figlio un giorno, ma non ho idea di cosa gli darò da mangiare. Ora poi la mia situazione s´è fatta più drammatica: c´è la crisi e il poco lavoro».

Signor Presidente ho un cervello e delle competenze, ma mi riterrò fortunata, se trovo un call center per sfamarmi nei prossimi mesi. Perché, in questo Paese, a una come me offrono solo stage non retribuiti. Non importa se si è preparati. Non importa se si hanno esperienza e cervello. Amo profondamente l'Italia. Ultimamente, però, è cresciuta in me una rassegnazione ai limiti della depressione più cupa. Intorno a me la gente parte. La voglia di migrare tra chi ha 30 anni cresce. L´Italia è tornata ad essere di nuovo il paese degli emigranti. L´ultima dei miei amici ad aver fatto la sua valigia di cartone è Gordana Gaetaniello. Ora sta in India. Nel suo futuro c'è l'Australia. Gordana è l´ennesimo cervello in fuga. Io l´Italia me la porto dovunque nel cuore. Sembra romantico detta così. Ma di fatto è quello che sento. Mi scorre nelle vene. Come la Somalia del resto.

Il Bel Paese non sta bene caro Presidente. È un malato grave, ma come dico sempre agli amici non è terminale. Possiamo riprenderci e avere un´altra chance. Io vedo un paese pieno di potenzialità. Gente capace, tante idee, voglia di fare. Però vedo anche il muro che hanno messo su diciamo i poteri forti (non è colpa solo della politica). Le faccio un esempio. L´università. Io ho un dottorato di ricerca e conosco tante persone piene di idee. Il sistema Italia non permette loro di fare ricerca. Molti dei miei amici hanno scelto la strada dell´emigrazione, altri hanno abbandonato il sogno e ora fanno i commessi, i camerieri o perdono il loro talento in un call center. L´Italia ha pagato per formare quelle persone e arrivati al momento della raccolta disperde questo patrimonio immenso. L´università è come un rampollo scapestrato di una ricca famiglia. Il rampollo ha tanti soldi, ma non sa spenderli bene, butta via tutto e rimane in mutande.

L´università italiana è un po´ così. Il sistema è bloccato e ci sono pochi fondi. Servirebbe una riforma seria. Servirebbe aprire una questione morale autentica. Mettersi in gioco. Prendersi le proprie responsabilità. Sarebbe bello cominciare ad interrogarci su tante cose. Con onestà, trasparenza, fermezza. Io credo che il cambiamento potrà avvenire in Italia solo se si farà piazza pulita di tutti i comportamenti ambigui. Il mio più grande sogno è poter un giorno insegnare ai giovani studi postcoloniali e migrazioni.

Non voglio andare via Signor Presidente. In un momento storico così delicato, dove l´Italia è cambiata, dove c´è una società multiculturale reale, un mutamento antropologico, sento che potrei fare da ponte. Spiegare quello che sta succedendo. Non voglio andare via Signor Presidente. Mi aiuti a restare. Ci aiuti a restare.

La risposta del nostro direttore, Pap Khouma

Ciao Igiaba,
sono di un'altra generazione, credevo che la mia generazione, la cosidetta "prima generazione" fosse quella sbagliata. Ci sentivamo anche in colpa, pensando che eravamo venuti senza essere invitati, che eravamo degli intrusi. Ho visto che le cose sono peggiorate con voi, nuovi italiani e non solo. Ho perso fiducia, le cose non cambieranno. Ho un figlio di 13 anni, Khadim, penso ogni giorno al suo futuro,molto lontano dall'Italia. 
Ammiro il tuo coraggio!

Commenti
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Luigi Porchi  - Non so che dire   |151.21.102.xxx |2010-05-21 05:57:52
Non so che dire. Ho 55 anni. Mio figlio ne ha 28. Essendo nato molto prima di
voi, Igiaba, ho visto cadere questo paese da molto più in alto. È una caduta
infinita. Non è nostalgia, è la desolazione che prende chi, impotente, assiste
all'allegra marcia verso un'infinita catastrofe che purtroppo sarà anche la
sua. Che dire? Un appunto: non parlare di depressione! I malati sono loro! Sei,
logicamente, giustamente, umanamente, ovviamente sbalordita davanti ad una
moltitudine di persone che si accanisce a farsi del male ed a farne alla propria
discendenza in nome del diritto a che cosa? A due televisori per camera? Al
telefonino che so, che cambia colore? Una corsa ad occhi bendati verso la
catastrofe. Un esempio lampante: la Dichiarazione d'Indipendenza degli USA
stabilisce come diritto inalienabile quello della "ricerca della
felicità"! Bellissimo vederlo scritto, a declamarlo riempie la bocca! Ma
l'hanno perseg...
Luigi Porchi  - Non so che dire 2   |151.21.102.xxx |2010-05-21 06:00:32
Ma l'hanno perseguito talmente bene quel diritto che, per essere felici, vivono
terrorizzati in casa propria! È questo che voleva chi scrisse la Dichiarazione?
È questo che vogliono gli americani? Sembrerebbe di sì... e lo difendono a
denti stretti! Sei sicura di volere ciò che chiedi Igiaba? Non so che dire e
non ho risposte, neanche per mio figlio che peraltro non mi fa domande ma certo
non lo prendo in giro dicendogli che bisogna avere fiducia o cose simili...
fiducia in cosa? Sono, è evidente, italiano da sempre e da un po', forse da
troppo poco, me ne vergogno. Sono veramente stanco, non che un giovane debba
essere stanco come me ma è bene camminare senza bende sugli occhi e la fiducia
nel paese Italia è una grossa benda sugli occhi.
Luigi Porchi  - Non so che dire 3   |151.21.102.xxx |2010-05-21 06:01:40
Da un po' di tempo, forse troppo poco, penso di lasciare l'Italia. Ho una
discreta pensione, una cifra che molti mi invidierebbero ma che a me è costata
parecchio. Sono divorziato, mio figlio si è laureato, certo potrei aiutarlo
ancora ma è bene che faccia la sua strada, le sue scelte, le sue esperienze.
Non so cosa farò, se andrò a stare peggio che in questo paese, se addirittura
un giorno non potrò più contare sulla mia pensione perché sarà stata
approvata legge che "non si pagano più le pensioni" perché la
priorità sarà, come ora, che gli amministratori eletti possano rubare, sempre
più, denaro senza più valore, non capisco questi dementi che insistono a farsi
del male senza scopo. Non sapevo che dire e guarda! E ne avrei ancora. Una cosa:
non parlare di depressione Igiaba perché tu sei normale! I pazzi sono loro! La
speranza nasce dal fatto che hai due gambe per scappare di qua!
Luigi Porchi  - Non so che dire 4   |151.21.102.xxx |2010-05-21 06:03:37
Per ultimo: con chi devo condividere questa mail? Amici e conoscenti? Gli stessi
che pensano di vivere in un mondo normale? Gli stessi che leggendo la tua
lettera si stringerebbero nelle spalle, sospirerebbero e direbbero che "è
un mondo di m.....", che "è sempre stato così", che "comandano
sempre gli stessi"; e subito dopo: "allora? dove guardi le partite
dell'Italia ai mondiali?". A me che da decenni non mi interesso più di
calcio, altra droga legale; come si parlò di calcio quando dissi che sarei
andato a votare perché forse era l'ultima volta che potevo farlo. Scusate
fratelli, ma anch'io scriverò una lettera al presidente Napolitano, una lettera
che cova da anni ma di ben altro tenore e che non può accontentarsi di
"parole giuste ed equilibrate". Non ti invidio l'età Igiaba, ti invidio
la speranza che hai e per questo ti do un consiglio: scappa! Ti toglieranno
anche la s...
Luigi Porchi     |151.21.102.xxx |2010-05-21 06:07:27
! Ti toglieranno anche la speranza! Scappa! Dovunque tu vada, una volta uscita
di qua, apprezzerai un'alba, un tramonto, un alito di vento caldo sulla pelle,
ti troverai a riscoprire cose che avevi dimenticato. Scappa! Non pensare ad un
figlio, non ti mancano i soldi, un lavoro, per un figlio: ti manca la felicità,
peggio, la serenità! Ancora: ti manca la speranza che tuo figlio possa essere
sereno! Non è colpa tua se non sei serena! È a loro appannaggio la tua
dis-sperazione! Ci campano, ci fanno i soldi con la insicurezza, con la paura,
non dico cose nuove, forse le parole sono diverse. Scusate ma stamattina è
così. Auguri a tutti
SUSANALott26  - reply this topic     |91.201.66.xxx |2010-07-17 22:54:48
It's well known that money makes us independent. But how to act when someone has
no cash? The one way is to receive the credit loans and credit loan.
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