Bunia, nel Congo disperato dei cercatori d’oro PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaele Masto (Milano, Italy)   
Lunedì 08 Febbraio 2010 23:44
BuniaVolare sulla regione dei Grandi Laghi, nel cuore dell'Africa, è uno spettacolo impagabile. È la stagione delle piogge e il piccolo Cessna si tiene basso per evitare di penetrare nei minacciosi ammassi nuvolosi. Un'occasione per ammirare un paesaggio che sembra appena uscito dalla creazione: sotto la carlinga del piccolo velivolo scivolano uno dopo l'altro i grandi laghi incastonati nella spaccatura geologica del Rift: l'immenso Lago Vittoria, il Lago Alberto, il Lago Edoardo, il Kivu e infine a sud Il Tanganika. Le loro acque di un blu intenso sono sovrastate dall'imponente massiccio del Ruwenzori e dalla catena vulcanica dei Virunga. Una regione mitica percorsa due secoli fa da temerari missionari e avventurosi esploratori alla ricerca delle sorgenti del Nilo.


La formidabile bellezza geografica di questa regione è però inversamente proporzionale alla drammaticità dei problemi che la agitano e non si tarda a scoprirlo. Quando il piccolo velivolo aggiusta la rotta, scende di quota e punta il muso sul piccolo aeroporto di Bunia, capitale della regione nord orientale congolese dell'Ituri, compaiono piccoli villaggi che sembrano abbandonati sulle pendici delle colline. Poi appare la piccola pista della città e dopo pochi minuti siamo a terra. L'incantevole bellezza di questa regione svanisce e ci si rende conto poco dopo di essere atterrati in uno dei maggiori serbatoi mondiali di denutriti, ammalati condannati alla morte da malattie che altrove sarebbero curabili, profughi e sfollati. Un disastro che è la conseguenza diretta della guerra strisciante e dell'instabilità cronica che da venti anni investe questa regione.

Le colline, che dall'alto sembravano morbidi panettoni ammantati da macchie di savana umida e foresta pluviale, in realtà sono il rifugio di diverse formazioni guerrigliere, a volte vere e proprie bande di disperati armati che attaccano i villaggi, li saccheggiano, rapiscono i bambini per trasformarli in guerriglieri e le bambine in concubine. In una parola, terrorizzano la popolazione che è costretta a fuggire e ad ingrossare gli eserciti di profughi e rifugiati e, di conseguenza, bloccano l'agricoltura facendo precipitare nella fame, nella denutrizione, nelle malattie migliaia di persone.

Bunia, fino al 2002, è stata uno degli epicentri della guerra civile che ha investito queste regioni. Da allora, sulla carta, c'è la pace ma di fatto la ricostruzione del territorio e del tessuto sociale non c'è mai stata. Basta uscire dalla città e percorrere una delle impossibili piste che portano in uno dei centri vicini. Le uniche attività economiche che si scorgono sono la piccola agricoltura di sussistenza - pochi metri quadrati intorno alle capanne dei villaggi coltivate a manioca -, e l'estrazione dell'oro in miniere alluvionali a cielo aperto.
Un'attività, quest'ultima, che è diffusissima. Anse dei fiumi, paludi, rientranze spesso si rivelano giacimenti alluvionali di oro che richiamano frotte di cercatori artigianali che con rudimentali setacci isolano dal fango pepite e pagliuzze di metallo prezioso - che qui non è poi così prezioso, dato che non si mangia.

I cercatori artigianali che si affollano in queste pozze sono in gran parte ragazzini che non hanno alternative. Chombè avrà poco più di vent'anni, indossa un paio di laceri jeans tagliati e una maglietta di Batman, racconta la sua storia con le gambe  immerse fino alle cosce nell'acqua fangosa di una grande pozzanghera a margine di un corso d'acqua poco distante da Bunia: "Qui lavoriamo in gruppo - dice - io sono il più grande e sono il capo. A fine giornata mi viene consegnato tutto l'oro trovato, io so a chi venderlo. Poi ci dividiamo il denaro che è sempre poco. La speranza è di trovare una grossa pepita e fare la nostra fortuna.È come giocare a Poker, si vince raramente".

Chombè con i suoi compagni lavorano dall'alba al tramonto e quasi sempre guadagnano appena il necessario per mangiare due volte al giorno e tornare, il mattino successivo, nella loro pozzanghera. "No - dice ancora - non è un buon lavoro, ma l'alternativa è tornare a fare ciò che facevo prima. Durante la guerra ero con i guerriglieri, ero giovane ma avevo già un kalashnikov. Potevo rimanere con loro, con un'arma si mangia sempre e, quando arrivi in un villaggio, la gente ha paura. Hai manioca e donne senza fare fatica, ma devi vivere nella foresta e se l'esercito ti trova ti ammazzano".

Le parole di Chombè sono la migliore spiegazione di ciò che accade in queste remote regioni del Congo, che sono sì remote ma ricchissime, e c'è di tutto: cobalto, uranio, coltan, oltre naturalmente all'oro. Queste materie prime potrebbero essere una benedizione per questa gente, invece sono una maledizione. La guerra, l'instabilità politica e le formazioni armate che infestano la foresta sono il frutto della avidità di stati, elìte politiche, multinazionali, faccendieri e lobby economiche che si contendono il controllo di questi territori e delle ricchezze che contengono.

A Bunia oggi, formalmente, c'è la pace, ma gli echi di ciò che accade nella regione che la circonda arrivano inequivocabili. Per i giovani non c'è lavoro e le uniche auto che circolano per la città sono quasi esclusivamente gli inconfondibili quattroxquattro bianche delle agenzie dell'Onu e della cooperazione internazionale. Per il resto, gli spostamenti sono assicurati dai moto taxi: cilindrata 125, marca Senke, made in China. A guidarli sono ragazzotti poco più che adolescenti che si sono inventati un lavoro per non cadere nelle rete delle uniche due alternative che questo contesto sociale riserva loro: diventare membri di una formazione armata e guadagnarsi da vivere con un kalashnikov, oppure giocare una mano a Poker in una delle tante pozze d'acqua fuori città. Scelta encomiabile per questi ragazzi. Peccato che ai crocicchi delle strade i moto taxi siano tanti, troppi per la poca domanda che c'è.

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