| Sono sbarcato, ho visto, non ci credo: libro di un migrante pentito |
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| Scritto da Maria Pace Ottieri, Milano (Italia) | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Mercoledì 21 Ottobre 2009 09:07 | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Dopo Soif d’Europe, il suo libro d’esordio, continua la sua lotta per scoraggiare i “candidati al suicidio atlantico” con Je suis venu, j’ai vu, je n’y crois plus, da poco uscito in Francia da Max Milo. Per ora la reazione suscitata è d’indignazione da parte di molti senegalesi della diaspora che lo accusano di impostura e di essersi servito della disgrazia dei fratelli africani per fare soldi. Bathie Ngoye Thiam, artista senegalese che vive nei Paesi Bassi, ha smontato minuziosamente il racconto delle rocambolasche peripezie di Omar Ba in Soif d’Europe, smascherando innumerevoli incongruenze, anacronismi, nomi di luoghi sbagliati e procedure inesatte. Su Le Monde dell’8 luglio 2009, in un articolo dal titolo Contre enquête sur un affabulateur, Thiam dice: «Il problema di fondo è che Omar Ba dice ai media quello che vogliono sentirsi dire, confermando i loro pregiudizi sugli africani come persone che non dimostrano alcuna solidarietà tra loro, ma solo bestialità, barbarie e colpi bassi». L’Associazione degli ex-studenti dell’università Gaston Berger di Saint Louis in Senegal, ha rinfocolato le polemiche su alcuni siti senegalesi, rivelando che Omar Ba, nello stesso periodo della sua presunta odissea per raggiungere l’Europa, viveva tranquillo nel campus universitario. La stampa senegalese ha invece criticato il libro interpretandolo come un attacco all’attuale presidente Wade. Il dibattito è rimasto tuttavia confinato ai pochi africani che leggono i giornali e navigano su Internet; secondo Omar Ba pochissimi hanno letto il libro che ha avuto invece in Francia un’ottima accoglienza, ragione in più dello sdegno dei suoi connazionali. Se l’intraprendente scrittore senegalese ha peccato di ingordigia, attribuendosi un po’ troppe peripezie, Ceuta Melilla, Lampedusa, la Libia, il Chad, quasi ad incarnare l’ideal-tipo del clandestino africano, non c’è dubbio che con l’ultimo libro riesce a mettere il dito su molte piaghe. Per esempio, che la povertà e la disoccupazione, seppure dilaganti, non siano più ragioni sufficienti a spiegare la “sete d’Europa”. A Saint Louis, la città vicina alle spiagge da cui partono le piroghe per le Canarie, c’è una fabbrica di conserve di pomodoro che va a gonfie vele, con una cifra d’affari di 12 miliardi di franchi Cfa all’anno, oltre 16 milioni di euro e che non riesce a trovare manodopera locale. Per reclutare operai la fabbrica ha lanciato con successo una campagna di reclutamento perfino in Uzbekistan. Una delle spinte più potenti viene dalla televisione e da Internet. Non è un controsenso imbottire i giovani di immagini allettanti dell’Europa e poi impedire loro di venirci? Per non parlare della scuola pubblica africana, vera fucina di clandestini, dove fin dalle prime classi elementari i bambini sono vittime di una manipolazione che fa vedere il mondo in modo manicheo: i loro Paesi sono l’Inferno, l’altrove è il Paradiso. I programmi scolastici sono rimasti condizionati da queste idee, anche dopo la decolonizzazione: basti pensare che solo una loro parte minima e accessoria è riservata alla storia e alla geografia del continente. Gli africani conoscono meglio le istituzioni europee che quelle dei loro paesi. «La stessa parola ‘sviluppo’ non includeva nella mia mente l’idea di processo, di costruzione. Era piuttosto un dato intrinseco, statico, valido solamente per un numero limitato di paesi», scrive Omar Ba che al suo ritorno vuole creare un corso d’insegnamento intitolato: “Europa: fantasmi e realtà”. Fin dalla più tenera infanzia si è sentito dire che in Africa per lui non c’era nessun futuro, l’unica possibilità era andare in Francia. Omar Ba è nato a Touba Beycouck un villaggio della savana, vicino alla città di Thiès, creato nel 1914 per accogliere e isolare i lebbrosi. Della malattia dei nonni, Ba non ha alcuna traccia, se non il risentimento di essere stato considerato come un paria dagli abitanti di Dakar quando si è trasferito nella capitale per studiare e la volontà di riscattare l’isolamento della sua famiglia. Ecco come, armato di coraggio e fresco di laurea, lui stesso si ritrova a vent’anni su una piroga diretta alle Canarie, e tra i pochi sopravvissuti alla traversata. Raggiunta la Spagna, viene espulso manu militari dopo pochi mesi e rispedito a casa. Non pago ci riprova, e arriva a Parigi, questa volta regolarmente, con un visto di studio in tasca. Ormai è vaccinato contro i miraggi dell’Occidente e ha preso la giusta distanza per riuscire a raccontare l’odissea infernale del primo viaggio: i morti disidratati gettati in mare per alleggerire la barca, la sete nel deserto del Sahara, la brutalità della Gendarmeria reale marocchina, le enclaves spagnole di Ceuta e Melilla, la speranza che ti spinge a tentare di nuovo di arrivare in Europa dalle coste della Libia. È Soif D’Europe, temoignage d’un clandestin, un successo. Malgrado la notorietà e i dieci anni passati in Francia, Omar Ba non nasconde di battersi ancora per la sopravvivenza e per riuscire a mandare del denaro ai genitori. Per chi resta a casa è questo il segno della vittoria, le madri brandiscono le banconote ricevute come un trofeo. Ma la riuscita dei rampolli “europei” si fonda sempre più spesso su una menzogna. Nel secondo libro, Je suis venu, j’ai vu et je n’ y croi plus, Omar Ba racconta la storia di Diaw, un suo connazionale, arrivato a Parigi nei primi anni Ottanta. Oggi, stanco e invecchiato, è costretto a fare due lavori e ad abitare in una minuscola “chambre de bonne”, gli abbaini delle case francesi, per poter mandare qualche soldo a casa e far fronte alle bollette. Diaw ha avuto la malaugurata idea di costruire nella sua casa a Dakar un bellissimo bagno, e sono in molti nel quartiere a servirsene con disinvoltura, così come dell’allaccio della luce elettrica. Al loro arrivo gran parte degli immigrati è convinta che dopo qualche anno di lavoro e di risparmi potrà tornare al paese con le tasche piene e avviare una florida attività. A poco a poco però il ritorno si allontana insieme al sogno infranto del risparmio. Il telefono squilla tutti i giorni e ogni volta è una richiesta: lo zio vuole una macchina, il cugino un capitale per avviare un negozietto, il fratello i soldi per i vestiti nuovi da indossare per la fine del Ramadan, il padre i soldi per il miglio, ma poi si scopre che li ha usati per comprare una terza moglie. La famiglia in Africa è elastica e si allarga a misura delle risposte del parente “arrivato”. «Non ho casa, non ho risparmiato un soldo e sono proprio quelli che ho passato la vita ad aiutare i primi a prendermi in giro quando torno in Africa. La grande disgrazia degli africani sono i parenti rimasti a casa: noi in Europa soffriamo per mandare tutto a loro e quando poi andiamo a trovarli ci rendiamo conto che stanno benone». Questa è la lamentela tipica dell’immigrato. Già dalla fine degli anni Settanta, molte comunità di immigrati finanziano scuole, strade, ospedali, elettrificazione dei villaggi, costruzione di pozzi, inviano materiale informatico e libri, offrono borse di studio o piccoli capitali per avviare un’attività agricola o commerciale. Non di rado, però, questi investimenti vanno in fumo. Il denaro inviato dagli emigrati in Senegal rappresenta il 10% del Pil, ma secondo uno studio citato dal Wall Street Journal, la metà viene utilizzato per le spese quotidiane, non per progetti duraturi. «Oggi non rispondo più agli appelli che vengono dall’Africa», scrive Omar Ba. «Non voglio che mi prendano in ostaggio, voglio poter pensare che il mio ritorno al paese sia possibile». Nonostante l’infelicità un emigrato non ce la fa a tornare sui propri passi, pena il disonore dell’intera famiglia, perché il rientro definitivo è un’ammissione pubblica di sconfitta. Oltre agli amici, agli insegnanti, sono proprio le famiglie a creare il mito dell’Europa e a raccogliere il denaro per i passeurs e le pressioni sono tali che nessuno ha il coraggio di sottrarsi. Bisogna convincere gli africani già in Europa a tornare e i candidati all’emigrazione a non partire, ecco la crociata di Omar Ba: un bel da fare, non c’è che dire! In verità, come si può combattere oltre un secolo di lavaggio del cervello? Tanto più che anche gli emigrati infelici gli sono contro. Una volta in visita a casa, la regola per tutti è millantare una vita mirabolante, e i pochi che provano a essere sinceri vengono guardati male. Chi parla di disoccupazione, notti all’addiaccio, razzismo, freddo, mancanza di calore umano, usi e costumi estranei viene accolto da un gelido silenzio, interrotto dopo un po’dalla puntuale osservazione: «Sì ma tu ci vivi in Europa e ce l’hai fatta». Su un grande malinteso si fondano anche i rapporti fra l’Europa e i paesi d’origine degli immigrati: mai sono stati tesi come oggi, per via dell’indignazione dei governi e dell’opinione pubblica di fronte alla politica repressiva e difensiva dell’Europa. L’emigrazione pone a tutti la stessa domanda: perché i giovani di questo continente partono? «La Banca Mondiale e l’Fmi hanno inflitto ai paesi africani la logica del denaro», risponde Aminata Traoré, ex ministro del Mali. «L’Occidente si ritrova oggi preso nella sua stessa trappola». E gli stessi governi africani non fanno nulla per offrire ai giovani dei loro paesi delle buone ragioni per restare. Uno studio dell’ufficio internazionale delle migrazioni del 2006 rivela che per sostituire il personale qualificato emigrato, i paesi africani impiegano fino a centocinquantamila espatriati dai paesi occidentali, per 4 miliardi di dollari all’anno. Ci sono più medici etiopi nella sola città di Chicago che in tutta l’Etiopia. Quello che manca all’Africa è il senso dell’avvenire, l’ottimismo e la possibilità di credere nel sogno di una rinascita dall’interno. Una politica dell’immigrazione che si dica efficace non può più descrivere l’Africa sempre e soltanto come una catastrofe permanente e pretendere che i suoi abitanti siano contenti di viverci. C’è anche un’Africa che non emigra e se la cava con grande abilità e fantasia, ma chi la racconta? Toccherebbe a Omar Ba nel suo prossimo libro.
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