| Quel cimitero dimenticato, a Ustica |
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| Scritto da Gianguido Pagi Palumbo, Roma (Italia) | ||||||
| Giovedì 22 Ottobre 2009 09:18 | ||||||
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La parola Ustica nella storia d’Italia fa subito pensare al disastro aereo del 27 giugno 1980 con la morte di 81 persone, tuttora parte dei numerosi misteri dell’Italia contemporanea: una delle ipotesi di indagine era basata sul possibile coinvolgimento della Libia nelle sue difficili relazioni internazionali con l’Europa. Eppure nella storia d’Italia c’è un precedente importante e sconosciuto ai più che coinvolge proprio l’isola di Ustica negli anni del Fascismo e del colonialismo in Libia.
Questa estate sono tornato a Ustica per un solo giorno apposta per visitare il Cimitero dell’Isola, per vedere e fotografare un piccolo giardino, 10 metri per 10, dedicato alle vittime libiche di Mussolini, deportate, uccise o morte di stenti a Ustica. Me ne avevano parlato a Palermo, la mia città, dove ero in vacanza. Prima di tutto ho visitato l’isola via Internet per saperne di più: ed ecco cosa ho trovato nel sito ufficiale dell’isola, prima che fosse modificato in settembre. Fra le sezioni del sito ce n’era una chiamata“Il Cimitero Arabo”, con il testo scritto da una persona che non conosco e alcune foto che riporto alla fine. Ancora più interessato e stupito ho deciso di andare. In poche ore di un bellissimo sabato di fine agosto, sono arrivato sull’isola, l’ho rivisitata tutta, dopo oltre vent’anni, dalla mattina al pomeriggio, sono andato al cimitero, fotografandolo e ritrovando il “giardino” dedicato ai deportati libici. Leggendo il testo pubblicato dal sito e che riproduco in seguito, visitando Ustica, ricordando anche la mia vita personale (tre anni a Tripoli quando ero piccolissimo fra il 1955 e il 58 e poi un viaggio turistico in Libia nel 2008 ), ho inevitabilmente pensato alla sequenza storica dei rapporti fra Italia e Libia, così contraddittori e carichi di drammi, rancori, affari, attrazioni e repulsioni che si susseguono continuamente. Un ultimo, strano e inquietante episodio è poi avvenuto lo scorso 12 ottobre: il fallito attentato alla caserma Santa Barbara di Milano da parte di un libico di Bengasi, residente regolare in Italia dal 2003 ala Libia e l’Italia. In questo articolo non devo e non voglio affrontare il problema dei traffici di esseri umani, della clandestinità, dei diritti, dei controlli, dei centri di detenzione in Libia e in Italia. Rilevo invece con imbarazzo e dolore che la descrizione contenuta nel testo che segue, pubblicato nel Sito di Ustica fino a questa estate, sulla storia delle deportazioni fasciste di libici a Ustica di 60 anni fa, purtroppo ricorda molto le descrizioni del trattamento di migranti africani nelle carceri e nei centri di identificazione sparsi in tutta la Libia di oggi, nel 2009. Milano, ingegnere elettronico, con due figli e una compagna italiana. L’occupazione del regime fascista ha provocato enormi danni e tragedie che hanno segnato la relazione fra popoli e governi. La rivoluzione di Gheddafi e la ricostruzione democratica dell’Italia sono andati parimenti con intrecci progressivi di forti interessi economici in molti settori: oggi soprattutto nel petrolio, nel gas, nelle banche e nella produzione automobilistica, nelle costruzioni, nel turismo. Ma negli ultimissimi anni si è “aggiunto”anche un legame strategico tanto drammatico quanto ambiguo: le migrazioni legali e illegali dall’Africa all’Europa attraverso Il cimitero di Ustica, con il suo piccolo “giardino” dedicato alle vittime libiche deportate dal fascismo italiano degli anni ’30, dovrebbe essere un monito per entrambi i governi e i popoli, libico ed italiano: la negatività, il dramma, l’inaccettabilità del razzismo italiano nei confronti dei libici di allora e del razzismo libico attuale nei confronti degli africani sub sahariani. Forse solo con questo spirito comune quel giardino sarebbe curato da tutti, ben pulito e abbellito da decine di fiori, di rose piantate sulla terra e non solo comprate una volta l’anno dal fioraio del paese per la cerimonia di commemorazione dei poveri libici morti nell’isola molti decenni addietro. Dal sito ufficiale dell’isola di Ustica – agosto 2009: “Il Cimitero Arabo” di A. Kann Poche sono le persone che conoscono questa pagina buia della storia d'Italia. Una sensazione di vergogna mi attanaglia il cuore al pensare che durante il tentativo di creare un impero coloniale in Africa anche tra gli italiani vi erano molti criminali di guerra. Alcuni di questi occupavano cariche importanti nel regime militare di allora e si sono macchiati di un’onta che non ha fatto onore al popolo italiano. Purtroppo l’onta creata da quel tipo di crimini ha imbrattato la terra dei popoli del mondo in tutte le epoche e così ha finito per imbrattare anche il territorio usticese in un periodo del XIX secolo quando l’isola era ancora terra di confino. Siamo stati abituati a vedere il male altrove, lontano da noi, dimenticando che il male si annida proprio tra le pieghe della natura umana. In antichità l’isola fu già teatro di un genocidio perpetrato dai romani nei confronti di seimila prigionieri cartaginesi che furono lì deportati e lasciati morire di inedia. Gli antichi greci la chiamavano Osteodes, cioè ossario, ma questa è un’altra storia. Abbiamo saputo dell’olocausto degli ebrei per opera dei nazisti germanici e non solo, del genocidio del popolo armeno su ordine di feroci dittatori turchi, di diritti umani calpestati durante l’apartheid inglese in Sudafrica, del genocidio ancora in atto nel Congo e ci fermiamo qui perché la lista potrebbe diventare interminabile, ma non sapevamo bene della misera fine di tanta gente catturata a caso per le strade di Tripoli, dentro le case, sottratta alla loro vita quotidiana e deportata in terre lontane, di stupri e torture, di utilizzo di armi chimiche al fosgene e iprite per il solo fatto di avere avuto il coraggio di ribellarsi ad un invasore motivato da un folle disegno di conquista. Dicevano di voler portare in Africa la democrazia e il progresso e invece esportarono solo odio e violenza, discriminazione e soprusi destabilizzando quei popoli sul piano politico ed economico. Solamente una mente criminale può giustificare l’annientamento di un popolo per opera di un altro popolo e tanti furono i criminali che durante l’avventura coloniale fascista in Africa, tra il 1911 e il 1943 contribuirono a regalare ad Ustica, insieme a tante altre piccole isole come le Tremiti, un triste primato per aver seppellito nella sua terra centinaia di deportati arabi. Durante il non gradito soggiorno, aguzzini senza scrupoli riuscirono lentamente e con fredda determinazione a prosciugarne le forze, a cancellarne i sogni, ad annientarne la speranza. Con tutto ciò non riuscirono a distruggere la coscienza di un popolo di elevata dignità storica. In Tripolitania e in Cirenaica lo hanno dimostrato molto bene attraverso le rivolte guidate da Omar el-Mukthar denominato non a caso "il Leone del Deserto". Ammassati nelle stive delle navi i deportati libici giungevano ad Ustica in condizioni pessime di igiene e di salute. Con piccole imbarcazioni venivano fatti traghettare sulla piccola spiaggia di Cala Santa Maria dai caronte di turno che dopo averli fatti spogliare e lavare a mare, e questo avveniva anche in inverno con l’acqua gelida, li conducevano nei cameroni dormitorio in attesa di essere avviati ai lavori forzati. Accadeva qualche volta che, dopo questa operazione di trasbordo, la nave si allontanasse al largo per scaricare in mare i corpi di quelli che non ce l’avevano fatta. Alcuni carcerieri, per avidità e interesse personale, sottraevano gran parte delle scorte alimentari destinate al rancio dei prigionieri riducendoli ben presto alla fame. Molti morirono per i patimenti subiti e trovarono riposo in un fazzoletto di terra adiacente il locale cimitero. Ogni anno una delegazione libica viene a pregare sulla loro tomba affinché non ne venga cancellata la memoria.
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