Africa e omosessualità: doppio tabù PDF Stampa E-mail
Scritto da Maria Pace Ottieri, Milano (Italia)   
Mercoledì 21 Ottobre 2009 00:00
«Hello Lovely Man… come ti va la vita? Spero che tutto si muova per te in modo maestoso e sistematico. Io sono Moses del Benin, sono pulito, onesto, fedele, gentile, amabile, sincero, intelligente… mi piacerebbe che ci conoscessimo per costruire un futuro insieme». Blacklover, del Ciad, in un paese di solo deserto si fa fotografare in riva al mare, in un costume succinto. È alla ricerca di un uomo semplice che non ami giudicare gli altri e che sia «un po’ umano», il suo partner non sarà deluso: soddisfatto o rimborsato. Il ragazzone in prendisole di maglia nera traforata, il braccio dietro la nuca, è Taniastar, di Accra, Ghana.

Banky, liberiano rifugiato in Ghana, si mostra il giorno della laurea, con cappello e cappa nera per cercare il suo Mr. Right, un uomo onesto, attento, romantico, serio, con cui passare la vita. Del Ghana è anche Pink Pussi, glabro, occhi castani, versatile, che predilige intimo maschile punk e skinhead, stivali e uniformi, e che offre una nuova concezione dell’amore: si propone come «il poliamante». Sul sito gayromeo.com sono rappresentati tutti i paesi dell’Africa subsahariana, ognuno con il suo carattere, le sue ingenuità e le sue spavalderie. Ci sono paesi (l’Eritrea, la Mauritania) dove gli user sono quattro o cinque (e rigorosamente senza fotografia), altri dove le immagini sono sbiadite e domestiche, ragazzi quasi bambini, vestiti a festa, sullo sfondo di cortili di terra rossa, e altri ancora come il Ghana e la Nigeria che esibiscono bei fusti con soprannomi studiati e pose ardite su letti dalle coperte tigrate, abiti e occhiali da sole alla moda. Tutti si offrono a un vasto pubblico dai 18 ai 99 anni. I più realisti circoscrivono: dai 45 ai 70, l’età degli sugar daddy che forse li aiuteranno a realizzare il sogno dell’Europa o a vivere un po’ meglio.

Qualcuno su internet avvisa gli incauti naviganti. «Sono appena tornato dal Ghana ed è stato un incubo. Ho incontrato un ragazzo che su GayRomeo si definiva “onesto e leale”, tale skinny11, e mi ha tirato la peggiore sola della mia vita, sono caduto in un’imboscata con la polizia, organizzata da lui. Il capo dei poliziotti diceva di essere il padre di David, il nome del tipo. Mi hanno incappucciato, mostrato una pistola, e portato al commissariato di Achimota dove sono stato arrestato. Il presunto padre di David mi ha poi preso da parte e spiegato che a causa della relazione sessuale con me il figlio era contaminato e l’unico modo per riparare all’onta era di portarlo da uno stregone che lo avrebbe purificato, ma ci volevano molti soldi, guarda caso quelli che avevo nel mio bagaglio, 800 euro! Se siete gay e vi piacciono gli uomini neri, non vi venga mai in mente di andare in Ghana, dovunque ma non in Ghana! A richiesta vi mando anche la fotografia di questo David».

Le storie di raggiri di gay europei da parte di aitanti giovani africani sono innumerevoli e se i profili dei ragazzi sul sito suonano così simili tra loro è perché in alcuni paesi far cadere nella rete uomini bianchi è diventato un business. Negli internet caffè ci sono sempre sei o sette ragazzi che saltano da un computer all’altro chattando simultaneamente con uomini stranieri diversi a nome dei titolari dei vari profili che spesso non sanno né leggere né scrivere. Ma quello del web è un mondo parallelo: l’omosessualità è un crimine in tutti i paesi africani, tranne in Sudafrica, unico Stato in tutto il continente che nella Costituzione post apartheid, con il Civil Union Act del 2006 ha reso possibile sposarsi alle coppie omosessuali.

Lo scorso gennaio il tribunale di Dakar ha condannato a otto anni di prigione nove omosessuali senegalesi, arrestati a dicembre per aver preso parte a un matrimonio gay, in una villa a Petit Mbao. La condanna, per «atto impudico e contro natura e associazione a delinquere», è la più dura mai inflitta in Senegal. Paese laico che riconosce il pluralismo politico e nel quale le libertà democratiche sono relativamente rispettate, su questo tema specifico il Senegal si dibatte fra il codice penale che proibisce l’omosessualità e il Patto internazionale sui diritti civili e politici firmato nel 1978, che all’articolo 17 recita: «Nessuno sarà oggetto d’intromissione arbitraria o illegale nella vita privata, nella famiglia e nel domicilio o nella corrispondenza né di attentati illegali al proprio onore e alla reputazione». L’episodio ha suscitato un’ondata di isteria senza precedenti contro i goord-iguen, gli uomini-donna, da parte di imam, associazioni religiose musulmane, uomini politici noti per le loro posizioni fondamentaliste contro la «degradazione dei costumi e il non rispetto dei valori religiosi».

Alla guida della virulenta crociata si sono date da fare una quindicina di organizzazioni musulmane raggruppate nel Collectif d’associations islamiques du Sénégal (Cais) con il sostegno del partito d’opposizione, il Rassemblement démocratique Sénégalais che ha approfittato della vicenda, in vista delle elezioni amministrative del maggio 2008, per aumentare la sua visibilità. È vero che in Senegal il 94 per cento dei cittadini sono musulmani, ma si tratta di un islam delle confraternite, ispirato al sufismo, tollerante e non estremista. Mme Codou Bop, giornalista e studiosa delle lotte per i diritti delle donne, sottolinea come la strategia degli islamisti fosse già stata applicata negli anni Novanta per boicottare la lotta delle donne per i loro diritti proprio quando cominciava a dare i primi frutti.

In Nigeria (dove per il codice penale le relazioni omosessuali tra adulti sono già passibili di una pena di 14 anni di carcere in quanto «rapporti sessuali contro natura» e, negli Stati islamici del Nord che applicano la Sharia, sono punite con la lapidazione) è in discussione all’Assemblea Nazionale il Same-Sex Marriage (Prohibition) Bill, proposto nel 2006 dall’allora presidente Olusegun Obasanjo, che aveva dichiarato: «Non fa parte del costume africano intrattenere una relazione con qualcuno dello stesso sesso, ed è una pratica proibita dai libri sacri, la Bibbia e il Corano».

La proposta di legge è stata condannata dallo United States Department of State e sedici organizzazioni internazionali per i diritti umani in una lettera al presidente l’hanno definita una violazione delle libertà di espressione, associazione e assemblea garantite dalle leggi internazionali, nonché una barriera alla lotta contro il diffondersi del’Aids, che in Nigeria conta la terza popolazione di malati al mondo, 3,6 milioni di persone. A condurre una violenta campagna contro i matrimoni tra persone dello stesso sesso qui è la Chiesa anglicana che, con i suoi 17 milioni di membri, è la più importante dopo quella inglese.

Trentotto degli 85 paesi che nel mondo puniscono l’omosessualità come un reato sono africani. Dall’Uganda, dove è previsto l’ergastolo, alla Sierra Leone dove una lesbica attivista è stata violentata e accoltellata a morte, l’omofobia minaccia e costringe alla dissimulazione le comunità gay. Considerando le relazioni omosessuali come “offese contro natura” e ignorando la nozione di consenso, la legge permette la confusione tra uno stupro e un atto sessuale libero e desiderato. Nello Zimbabwe l’omosessualità è una rappresentazione del Male per il presidente Robert Mugabe, che non perde mai occasione per denunciare «le lobby omosessuali occidentali», e all’inaugurazione della Fiera del libro di Harare, nel 1995, dichiarò che «gli omosessuali valgono meno di cani e porci».

Per molti leader di Stati africani alla bancarotta politica ed economica il fantasma dell’omosessualità serve a distogliere l’attenzione dai veri problemi. Spesso i responsabili delle organizzazioni gay sono bianchi e questo fa il gioco dei presidenti. Di recente i paesi dell’Africa subsahariana si sono alleati all’Onu con i paesi musulmani e il Vaticano nel bloccare l’inserimento della discriminazione sessuale sessuale tra le forme di razzismo. Chi porta avanti l’insistente campagna omofobica condivide la convinzione che l’omosessualità non appartenga alla tradizione africana, ma sia un’eredità decadente e occidentale introdotta nell’Africa coloniale dai bianchi o, ancora prima, dai mercanti di schiavi arabi. Tra i molti miti che gli europei hanno creato sull’Africa, quello che l’omosessualità fosse sconosciuta nelle società tradizionali è uno dei più vecchi e tenaci e oggi viene riutilizzato da molti capi di Stato.

Secondo Charles Gueboguo, giovane sociologo camerunese autore di La question homosexuelle en Afrique, pubblicato nel 2006 dall’editore francese L’Harmattan, chi ha dato un grosso contributo alla diffusione del mito dell’eterosessualità esclusiva dell’Africa subsahariana precoloniale è stato lo storico inglese Edward Gibbon che nel 94° capitolo del suo celebre Declino e caduta dell’Impero Romano, riferendosi al comportamento omosessuale scrive: “Credo e spero che i negri nei loro paesi fossero esenti da simile morale pestilenza”, intesa come il “vizio omosessuale” a cui attribuisce un’influenza nefasta sugli affari di Stato a Roma.

Naturalmente rapporti sessuali tra individui dello stesso sesso sono sempre esistiti in Africa, legati alla classe d’età e ai giochi erotici dell’adolescenza, al periodo d’iniziazione, all’assenza di persone dell’altro sesso o all’acquisizione di speciali poteri. Di esempi di relazioni omosessuali, tra le più varie e fantasiose, è ricchissima la letteratura antropologica sulle società africane arcaiche. Non solo, ma molte lingue africane definiscono minuziosamente i rapporti tra individui dello stesso sesso, arrivando a specificarne con termini diversi i ruoli attivi e passivi, maschili e femminili, il tipo di pratica, le varianti.

E.E. Evans-Pritchard, fondatore dell’antropologia sociale anglosassone, racconta che nella cultura Zande dell’Africa centrale, prima della conquista europea, quando non erano disponibili le donne, era considerato normale per un uomo prendersi un ragazzo moglie e portarselo in guerra. Un altro grande antropologo, Melville Herskovits, riferiva negli anni Trenta, che tra i Fon del Dahomey, oggi Benin, dopo l’età in cui ragazzi e ragazze possono giocare insieme, “l’impulso sessuale trova soddisfazione in strette amicizie tra maschi dello stesso gruppo. Un ragazzo può prendere l’altro come una donna e questo comportamento si dice gaglgo, omosessualità. A volte la storia dura per sempre, ma di solito coincide con una fase adolescenziale”.

In Lesotho una donna può chiedere a un’altra donna di essere la sua bambina o la sua mamma a seconda dell’età, perché si sente attratta dal suo sguardo, dal modo di comportarsi, di vestirsi, e avere con lei rapporti sessuali. Quando un Ottentotto voleva avere una relazione sessuale con un altro uomo, gli offriva un recipiente pieno d’acqua e gli diceva: «Sore-gamsa ure», «prendi ancora dell’acqua del dolore», e se l’altro accettava, acconsentiva al rapporto. Tra i Gangellas dell’Angola le relazioni amorose tra persone dello stesso sesso erano addirittura istituite, si chiamavano aponji. Un giovane circonciso e non ancora sposato poteva decidere di vivere con un altro di dodici anni che gli piaceva, facendo una domanda ufficiale ai suoi genitori e offrendo in cambio una vacca, del denaro o dei vestiti. Il matrimonio con una ragazza non cambiava niente nella sua relazione con il ragazzo, il suo katumua, fino a che questo non desiderava sposarsi a sua volta. Gli adulti guardavano a questi usi come a giochi passeggeri che con l’età adulta sarebbero cessati, legati a una tappa dell’evoluzione sessuale. In Congo, ex Zaire, tra i Luba, esisteva un terzo genere chiamato kitesha, uomini che si vestivano da donna e non amavano lavorare, mentre tra i Fang del Camerun, Gabon e Guinea Equatoriale certi legami tra donne erano considerati di buon auspicio per ricchezze future.

Sì, l’omosessualità è sempre esistita nelle società africane, ma la sua percezione sociale e la sua interpretazione non è la stessa dell’Occidente. Quello che non fa parte della tradizione africana è la sua rivendicazione come identità sessuale che definisce l’individuo. Il discorso sull’omosessualità nell’Africa di oggi funziona ancora secondo codici ben precisi. Esiste ma non se ne parla come si fa in Occidente, dove è stata accettata a poco a poco come identità sessuale che bisogna riconoscere e difendere. Quello che disturba i leader africani omofobi è proprio questo, la promozione della omosessualità in quanto diritto, poiché battersi per i propri diritti significa opporsi all’autorità. I movimenti africani di difesa dei gay, insieme alle associazioni di donne, aprono la porta ad altri movimenti di contestazione che poco a poco minano i presupposti autoritari e patriarcali su cui posano molti governi africani.

Dagli anni Novanta, incoraggiata dall’emancipazione di molti Stati al gioco democratico delle libertà individuali, l’omosessualità è uscita dalla dimensione ritualistica e dalle categorie antropologiche per essere sempre più visibile nelle grandi città africane. Il primo gay pride è dell’ottobre del 1990, in Sudafrica, malgrado si fosse ancora sotto l’apartheid, che condannava la sodomia. Nello Zimbabwe, l’associazione Gay and Lesbian of Zimbabwe (Galz) nasce nello stesso periodo con gli obiettivi di promuovere i servizi sociali ai gay e alle lesbiche e aprire un programma di consulenza sull’Aids. Ma l’occasione per far emergere per la prima volta un dibattito pubblico sul tema è stato il Civil Union Act sudafricano nel 2006. Accolta malissimo non solo dalla Chiesa ma anche dai governi, che, specie nei paesi di lingua inglese (Kenya, Uganda, Zimbabwe e Nigeria), hanno scatenato le campagne antigay, la notizia ha liberato l’omosessualità dal divieto praticato da istituzioni e società civili, anche se la vita dei gay africani resta difficile e continuamente minacciata.

In Namibia a un periodo di aspra condanna dell’omosessualità è seguito un dibattito sempre più acceso, e nella capitale Windhoek gruppi di difesa dei diritti dei gay agiscono oggi apertamente. A differenza di quanto è accaduto nei paesi occidentali, gli omosessuali in Africa non sono incolpati di aver diffuso l’Aids. I primi articoli che i giornali africani hanno dedicato all’argomento proponevano lezioni di storia dell’omosessualità e discutevano le diverse opinioni mediche e religiose. In Mozambico il tema ha debuttato sui media da quando l’agenzia di Stato Aim ha intervistato attivisti dei diritti umani sulla loro nuova campagna contro la discriminazione di gay e lesbiche. Il settimanale indipendente Savana si è spinto oltre intervistando senza facili scandalismi numerosi gay.

I paesi francofoni sono più timidi, a parte la Costa d’Avorio, da sempre il più occidentalizzato. Nel Burkina Faso, il primo incontro ufficiale col tema è stato recente e casuale: un Burkinabé residente in Francia ha parlato della sua omosessualità in tv, criticando la morale ipocrita del paese. La stampa nazionale ha subito ripreso l’intervista e su Bendré, il settimanale indipendente più letto, il giornalista Jean Paul Bamogo, in un articolo dal titolo “Omosessualità, evoluzione o regressione”, si è avventurato in un’ampia dissertazione per riconoscere la realtà dell’omosessualità anche in Burkina Faso, senza nascondere la preoccupazione che troppi gay impediscano alla società di riprodursi.

Anche in Camerun i media hanno affrontato l’argomento, ma il dibattito è presto degenerato in una campagna di diffamazione di politici importanti accusati di essere gay. E il clima omofobico costringe quasi sempre gli omosessuali a un gioco di camuffamenti che impone loro, comunque, di sposarsi e avere figli.

Tra gli Hausa del nord della Nigeria, l’omosessualità non è concepita come in Occidente, è spirituale, occulta e riguarda anche oggi quasi esclusivamente gli uomini più in vista, perché si crede che aumenti il potere, la prosperità, il capitale simbolico. Il giovane, lo yan daudus con cui il ricco consuma la relazione omosessuale, è nella tradizione un travestito, mediatore tra le prostitute e i loro clienti, un intrattenitore di modi eccentrici e buffoneschi che, nella cultura sincretico-musulmana locale, offre uno spazio tollerato di libertà e di trasgressione. Poveri, gli yan daudus, sono facili prede di ricchi signori a cui i marabut prescrivono di consumare una relazione con un altro uomo come viatico per ottenere gloria, potere, dominio. Qui l’omosessualità è associata più con il potere che con la pulsione erotica. Tanto gli uomini che pagano gli yan daudus che gli yan daudus stessi, sono sposati con mogli, amanti e figli.

Tra i Pangwé, gruppo Fang del Camerun, Gabon e Guinea Equatoriale, i rapporti sessuali tra individui dello stesso sesso erano considerati una “medicina di ricchezza”. Niente di nuovo, se nelle città africane oggi si dice che l’omosessualità porti denaro: dietro la modernità è sempre acquattato l’arcaico millenario. Ma può succedere che un sito di chat riveli l’identità sessuale di due vecchi amici: è successo a Djadji Diouf e Ibrahim Ba, venditori di scarpe del mercato di Colorane, a Dakar. Si conoscevano da anni, le loro botteghe erano una accanto all’altra, ma non sapevano di essere gay: una volta avuta la rivelazione, è divampata la passione.

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