Famiglie migranti: come crescere insieme? PDF Stampa E-mail
Scritto da Cristina Lonigro, Milano (Italy)   
Mercoledì 09 Dicembre 2009 17:32

Milano sono circa 176 mila gli immigrati che quotidianamente si scontrano con il lento e non facile cammino per l'integrazione. I dati, riferiti dall'Istat e aggiornati al 2008, registrano un considerevole incremento rispetto agli anni passati, riferendo di una città pienamente multietnica in cui le presenze marocchina, albanese e sud americana sono le dominanti.

Il problema migratorio, perennemente all'ordine del giorno nell'agenda politica, ha una sua quotidiana e fattiva risoluzione presso gli organi e le istituzioni preposte al confronto diretto con le situazioni di emergenza. I servizi sociali e le cooperative impegnate sul territorio fronteggiano giorno per giorno, misurandosi con la scarsità di mezzi e organico, gli allarmi di disagio materiale e sociale cui spesso si accompagnano i traumi personali legati all'impresa migratoria e al distacco dalla terra d'origine. La difficoltà ad armonizzare la cultura in cui si è cresciuti con quella del paese d'accoglienza, la lenta elaborazione del viaggio verso il nuovo, la metabolizzazione della disillusione vissuta nel momento dell'arrivo, sono solo alcune delle problematiche psicologiche con cui gli extracomunitari devono convivere.

Il trauma migratorio assume sfumature differenti nei casi in cui ad affrontare l'esperienza dell'allontanamento e il tentativo di integrazione sono interi nuclei famigliari. Problematica talmente ben connotata da indurre alla definizione di una specifica strategia terapeutica a sostegno delle famiglie migranti. Messa a punto dalla psicologa francese Marie Rose Moro e esportata a Milano da una decina d'anni a opera della cooperativa Crinali, la clinica transculcurale nasce infatti come strumento per ricucire le scissioni intime che le famiglie registrano, lacerate tra la storia del passato e quella del presente. L'11 dicembre, all'interno del convegno La clinica transculturale: una risorsa per il territorio, si ha modo di discutere i risultati del progetto Crescere bene insieme: sostegno psicologico di minori e adolescenti e delle loro famiglie, condotto nell'ultimo anno da Crinali e dalla Asl regionale.

«La clinica transculturale - spiega Claudia Bruni, psicologa e psicoterapeuta di Crinali - è una modalità di lavoro che mira a creare un ponte fra la cultura d'origine delle famiglie e quella d'acquisizione, in modo tale da sanare quella inevitabile scissione che investe l'individuo all'atto della migrazione. Le sedute famigliari sono condotte da un gruppo di terapeuti supportati dalla presenza fondamentale di una mediatrice linguistica. È così possibile creare le condizioni di apertura e di accoglienza per un racconto ricostruttivo del sé».

La storia di Nico, raccontata da Andrea Balossi e Simone de Padova con il video Tessere fili spezzati, in programma al convegno, è solo uno dei mille volti che il disagio migratorio può assumere. Nico è nato undici anni fa a Milano, da genitori filippini emigrati in Italia da tredici anni. Il padre di Nico è un uomo mite, che soffre il declassamento sociale vissuto con la migrazione, da tipografo a domestico. La mamma un'ostetrica preparata. Entrambi parlano poco l'italiano. Al contrario Nico parla quasi esclusivamente la lingua della terra che ha accolto i suoi genitori. In famiglia si comunica poco e Nico soffre la solitudine che la sua condizione di terra di mezzo gli impone. Stenta a inserirsi nell'ambiente scolastico e non appartiene alla cultura della sua famiglia. A metà fra filippino e italiano, senza essere né l'uno né l'altro, Nico inizia a mostrare sintomi di disagio a scuola. Grazie all'intermediazione dei servizi sociali la famiglia partecipa al progetto di clinica transculturale, dove si possono tessere le fila di tre esistenze spezzate, in bilico fra un paese in parte dimenticato, in parte ripensato con nostalgia e uno nuovo estraneo, ostile che genera frustrazione e delusione.

«La storia di Nico - continua la psicologa - è emblematica di quella doppia scissione che si determina nelle famiglie dei migranti, quando al trauma dell'allontanamento geografico si somma la lacerazione interna al gruppo famigliare. È infatti normale che i componenti vivano con tempi e modi diversi le fasi dell'integrazione». In questo processo i bambini nati in Italia rappresentano le figure di veri e propri pionieri dell'integrazione. La rapidità con cui possono apprendere la lingua e i costumi genera uno scavalcamento nel rapporto con i genitori, che inevitabilmente non possono sostenere gli stessi ritmi. Una condizione che produce una lacerazione nella crescita e un distacco all'interno della famiglia. I bambini nella funzione di pionieri del nuovo sviluppano infatti un'ambivalenza nei confronti della lingua e della cultura del paese, in bilico fra conquista e senso di tradimento verso ciò che invece i genitori rappresentano. Similmente i genitori maturano nei confronti dei figli sentimenti ambivalenti, altalenanti fra la soddisfazione nel vedere nel bimbo il frutto di un impresa migratoria riuscita ed un senso di estraneità nei confronti dello stesso.

«Anche il tema del ricongiungimento familiare - racconta Claudia Bruni - è all'ordine del giorno. Sempre più bambini e ragazzi raggiungono i genitori dal paese d'origine, dove, affidati ai nonni, possono aver trascorso anni. La ricostituzione della famiglia comporta un intreccio di aspettative reciproche e poi deluse che crea nuove lacerazioni affettive». I numeri confermano la percezione della psicologa: il 34% dei minori presenti in Lombardia rappresenta fenomeni di ricongiungimento. Anche in questo caso, la clinica transulculturale può essere un luogo in cui creare nuovi equilibri esistenziali, in cui ricostruire la storia di una famiglia conferendo identità e radici.


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