| Il peacekeeping alla cinese conquista l'Africa |
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| Scritto da Giulia Dedionigi, Milano (Italy) | ||||||
| Mercoledì 09 Dicembre 2009 17:52 | ||||||
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È passata molta acqua sotto i ponti da quando nell'aprile 1990, la Cina ha inviato per la prima volta cinque osservatori militari all'organizzazione Onu di supervisione del cessate il fuoco, cominciando a prendere parte alle operazioni di peacekeeping. In confronto ai 64 anni di storia delle operazioni di peacekeeping dell'Onu, la Cina vi partecipa da meno di 20. Oggi, però, in un momento in cui i caschi blu devono assumere compiti onerosi in situazioni di grande complessità, Pechino, alimenta il suo peso politico ed economico fornendo più militari, più poliziotti e più osservatori. E lo fa mettendo in campo più risorse di Russia, Gran Bretagna e Stati Uniti, tre dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu, che oltre a decidere in questa sede, operano anche sotto l'egida della Nato. Quello che emerge dal rapporto Sipri China's Expanding Role in Peacekeeping, pubblicato a novembre, è che nei luoghi devastati dai conflitti il personale del peacekeeping cinese, coi suoi berretti azzurri e l'emblema dell'Onu, ha dato il benvenuto ai primi segnali di pace tra le popolazioni locali, accompagnandole nel difficile periodo di ricostruzione dei loro Paesi. La Cina favorisce una serie di interventi nei settori delle infrastrutture (ferrovie, strade, ponti, dighe), dell'edilizia pubblica (scuole, stadi, teatri, edifici governativi) e abitativa, in vasti programmi di assistenza sanitaria, con costruzioni di ospedali e ambulatori, e nell'invio di personale sanitario e medicinali. Innanzitutto la Cina vuole impegnarsi di più sul sentiero della sicurezza globale per dare di sé l'immagine di potenza politicamente corretta, bilanciando così l'influenza dei Paesi occidentali, soprattutto degli Stati Uniti, e facendosi accettare come grande Paese responsabile, pacifico e cooperativo. Tra gli obiettivi del governo cinese non c'è solo l'esigenza di operare in un mercato globale armonico, ma anche quella di accrescere la propria influenza nel quadro internazionale. In secondo luogo, l'impegno corrisponde a un diktat fatto dal presidente Hu Jintao all'Esercito popolare di liberazione. In sostanza, l'unica forza militare della Cina dovrebbe contribuire, con le sue missioni di pace, a fare del dragone un'autorità rilevante e rispettata. Da una prospettiva militare, infatti, i soldati cinesi che cooperano con le forze armate straniere hanno l'opportunità di migliorare la propria preparazione, nonché familiarizzare con equipaggiamenti tecnologicamente avanzati ed essere a contatto con una gestione esperta dei conflitti. Infine, i Paesi africani rappresentano da soli più di un terzo dei destinatari degli aiuti Onu e la Cina ha puntato gli occhi sugli interessi economici nel continente. Questo è il punto più scottante. Pechino offre ai suoi partner un pacchetto diplomatico irresistibile: rispettare il principio di sovranità nazionale e di non interferenza negli affari interni. La Cina, infatti, non partecipa alle missioni che non siano state esplicitamente richieste o accettate. È una strategia "win-win", si legge nel rapporto annuale del Sipri, e si ponte in alternativa alla linea degli Stati Uniti. Infatti, se da una parte Washington impone ai Paesi con cui stringe accordi un rigido rispetto dei diritti umani e una trasparenza nella gestione dei mercati commerciali, dall'altra la Repubblica popolare non ha problemi a stringere alleanze prive di condizioni ideologiche e indifferenti al rispetto dei processi di democratizzazione. Queste considerazioni sono avvalorate da un altro punto che emerge nel rapporto annuale sul mercato bellico: è risaputo che la Cina è tra i maggiori importatori di armamenti del quinquennio 2004-2008, e che copre l'11% del mercato internazionale. In questo primato è seguita da India, Emirati Arabi Uniti, Corea del Sud e Grecia. Nulla si sa, invece, sull'export del dragone. Il governo di Pechino non divulga dati sui trasferimenti di armi all'estero ed è l'unico Paese a non aver sottoscritto neanche uno degli accordi multilaterali che vietano il trasferimento di armi.
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