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L'Italia sta cambiando. Anzi, è già cambiata. Negli ultimi trent'anni il tessuto sociale del nostro Paese si è trasformato e l'immigrazione è responsabile della trasformazione più vivace del nostro. Una fenomeno che cresce, una variegata presenza etnica e culturale che si impone anche nel mercato del lavoro e che non può essere ignorata. Occasione per parlare dell'argomento e fare il punto della situazione sarà, domani, a Milano, la seconda edizione degli Stati Generali degli Immigrati, dal titolo "Legittime aspettative: il cammino degli immigrati nella nuova Italia".
Lo scopo è quello di creare uno spazio di confronto e di dialogo fra la comunità straniera e l'intera collettività cittadina per formulare delle linee guida che possano garantire, nel tempo, una proficua convivenza multietnica e interculturale. Gli immigrati devono riuscire a trasformarsi da 'oggetto' a veri e propri protagonisti del dibattito: è questa la sfida dei prossimi anni. I dati parlano chiaro: gli stranieri hanno ormai raggiunto la soglia dei quattro milioni e mezzo di presenze e attualmente producono, secondo le stime di Unioncamere, il 9,5% del Pil italiano.
«Se tre anni fa, lanciando gli Stati Generali sotto lo slogan 'Ci siamo' abbiamo voluto marcare la nostra presenza che stava diventando sempre più forte, oggi vogliamo che le nostre legittime aspettative siano ascoltate», sottolinea Otto Bitjoka, organizzatore e "anima" degli Stati. «Non possiamo più aspettare che le cose cambino da sole. È arrivato il momento di farci avanti per far sentire le nostre ragioni».
L'Italia deve essere una terra di opportunità sia per chi è costretto a venirci a vivere sia per chi sceglie di farlo. Il primo problema che la maggioranza degli stranieri si trova a dover affrontare, è riuscire a trovare un lavoro conforme al proprio titolo di studio. Inoltre, il 22,8% degli occupati immigrati, a parità di mansioni e di qualifiche, percepisce un salario più basso rispetto ai lavoratori autoctoni. Secondo le previsioni future, però, sarà sempre più sentito il bisogno degli immigrati nel mercato del lavoro italiano, anche nei posti qualificati, e già nel 2008 circa un terzo delle entrate in azienda riguardava persone con istruzione secondaria e terziaria. Può stupire, ma più della metà degli occupati stranieri è in possesso di una laurea o di un diploma e quattro ogni dieci addetti ai lavori non qualificati possiedono un diploma di scuola media superiore. Continuare a occupare gli stranieri, relegandoli in posti di bassa qualifica si configura come uno spreco di risorse per il nostro sistema produttivo e, d'altra parte, come una mortificazione delle persone coinvolte. Occorre iniziare a sensibilizzare la collettività, superando il vecchio stereotipo che associa troppo spesso la figura dell'immigrato a lavori umili e di basso profilo.
Non è più così. Leggendo le storie raccolte dalla Fondazione Ethnoland e da Migrantes lo si comprende. Si tratta di 36 biografie di stranieri che provengono da 22 Paesi differenti e che risiedono in tutte le parti d'Italia. I settori di inserimento sono diversi: associazioni e ong, traduzioni, editoria, commercio, artigianato, ristorazione, money transfer e telefonia, università, settore delle pulizie. Storie di vita che non possono lasciare indifferenti e che toccano la coscienza di ciascuno di noi. Uomini e donne che ce l'hanno fatta, nonostante le difficoltà e i problemi quotidiani. Un lento cammino verso l'affermazione personale e sociale, che passa attraverso mansioni e lavori poco qualificati rispetto alla preparazione già maturata.
Nello scenario attuale, l'avanzamento degli immigrati deve essere inteso come una grande risorsa per l'intero sistema produttivo. Ormai non si possono più chiudere i confini. Per andare avanti, un Paese deve diventare moderno, disponibile verso l'altro e investire su questi nuovi cittadini, garantendo pari opportunità a tutti i lavoratori, italiani e immigrati.
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