Precious, un grido di speranza al Festival di Milano PDF Stampa E-mail
Scritto da Ambra Notari (Milano, Italy)   
Venerdì 12 Marzo 2010 16:38

precious-movieGabourey Sidibe ha 26 anni, è nata ad Harlem da madre americana cantante di gospel e padre senegalese autista di taxi. Lee Daniels è un produttore americano: tra gli altri, la sua Lee Daniels Entertainment ha prodotto Monster's Ball (Oscar 2002 come miglior attrice protagonista per Halle Barry). Nel 2006 debutta alla regia con Shadowboxer. Nel 2009 torna dietro la macchina da presa per dirigere Precious: è qui che i loro destini si incrociano. Daniels sceglie Gabby Sidibe come protagonista, alla sua prima esperienza da attrice.

Gabby è Clarence Precious Jones, sedicenne gravemente obesa incinta del secondo figlio, entrambi frutto di un incesto. Vive con la madre (interpretata da Mo'nique), donna corpulenta e pigra, sboccata (meglio se in lingua originale) e violenta che, con ogni mezzo, cerca di impedire alla figlia il riscatto dall'ignoranza. Precious non sa scrivere né leggere, ma è brava in matematica. Dopo essere stata espulsa dalla scuola per la gravidanza, accetta di frequentare una "scuola alternativa" di nascosto dalla madre. Qui le insegnano a reagire. "Ogni lungo viaggio comincia con un passo", le dice la giovane insegnante che se ne farà carico: è così che Precious sceglie di tenere il bambino, di andare al college e all'università. Decide di riprendersi anche la prima figlia, Mongo, una bambina down che la madre di Precious definisce "poco più di un animale".

Difficile, oggi, riuscire ad intravedere una morale in una vita scandalosamente tragica come quella di Precious, ma Daniels scansa il clichè della ragazza-nera-obesa-violentata-sieropositiva, e prova a disegnare un'America diversa, un'altra Harlem. Per la prima parte del film l'attenzione dello spettatore si concentra sulla figura di Precious: la segue a casa, a scuola, per strada, derisa dai coetanei e stuprata dal padre, mentre la madre sta a guardare. Sono occhi carichi d'odio, ma non nei confronti dell'uomo, ma in quelli della figlia: la accusa di averle rubato il compagno, di averle bruciato la possibilità di amare e di essere amata. Le immagini non scadono nel voyeurismo o nell'iper-realistico e, mentre scorrono i passi più desolanti del film, preferiscono indagare dettagli del mondo sporco che va avanti. A volte entrano nei sogni di Precious, mentre si guarda allo specchio e si vede magra, bionda e bianca, oppure mentre si esibisce sul palco di grandi teatri tra luci, piume e pailettes.

La seconda parte imbocca la via della denuncia. Sotto accusa l'assistenza sociale americana, che dà sussidi a pioggia, che si ritrova con le mani legate. Precious chiede all'assistente sociale (Mariah Carey): "Questa è la mia storia. Non sa cosa dirmi, vero?". La madre, Oscar come migliore attrice non protagonista a Mo'nique, è un personaggio ripugnante, irritante, a tratti agghiacciante. Ed è proprio su di lei e sul padre che cadono le peggiori accuse: il nucleo famigliare, quello che dovrebbe dare amore incondizionato, è qui la mano armata di un vita ai margini.

Il film, ispirato a Push, romanzo di Sapphire, ha esordito al Sundance dove si è aggiudicato il Premio del Pubblico e il Gran Premio della Giuria. Poi è stato presentato a Cannes nella sezione Un Certain Regard. La settimana scorsa, l'Academy l'ha premiato con due Oscar (6 le nomination): miglior attrice non protagonista (Mo'nique) e miglior sceneggiatura non originale.

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