Les feux de Mansaré, ritratto d'Africa PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuditta Avellina e Ambra Notari (Milano, Italy)   
Martedì 23 Marzo 2010 14:35
fire_of_mansare_02«Dovresti essere più educato. E imparare a portare rispetto». Lamine ammonisce Mathias. Les feux de Mansaré, secondo lungometraggio del regista senegalese Mansour Sora Wade, in visione al Festival del cinema africano di Milano, è «un film contemporaneo, a tratti bolliwoodiano, a partire proprio dal triangolo amoroso al centro della storia».
Tanti gli spunti che offre, ma uno in particolare può attirare il pubblico occidentale sempre più chiuso in un'ottica terzomondista. Esistono luoghi, come Mansarè, non ancora investiti dalla globalizzazione, dove le persone vivono ancora nel segno della tradizione, senza sentire la necessità dell'arrivo della cosiddetta civiltà. Uomini e donne dipendono dalla volontà degli anziani del villaggio, sacri portatori della saggezza ancestrale. Quando un uomo vi farà ritorno dopo anni in giro per il mondo a costruire la propria fortuna, portando con sé un bagaglio metaforico di boria e un bagaglio reale di armi, diamanti e soldi sporchi, le due realtà si scontreranno.
Quest'uomo è Mathias: dopo anni, fa ritorno a Mansaré. Figlio di Kanouté, capo del villaggio, viene accolto con grande entusiasmo e ammirazione. Mansaré, villaggio tradizionalmente pacifico, dopo il suo arrivo sperimenta la follia della violenza. Al centro della storia si muovono Mathias, giovane cristiano, Lamine, insegnante, musulmano, amico d'infanzia di Mathias e Nathalie, giovane donna promessa sposa a Mathias dalla nascita. Durante l'assenza di Mathias, Lamine e Nathalie si sono innamorati, mettendo così a dura prova la promessa di nozze, e con essa tutto l'impianto tradizionale del villaggio. La notte prima del matrimonio, però, Nathalie, con indosso l'abito per la cerimonia, scappa.
Mathias, più per orgoglio che per amore, per ritrovarla mette a ferro e fuoco tutto il villaggio, seminando distruzione e paura. Anche Lamine si mette alla ricerca: sarà lui a ritrovare per primo la ragazza ma, mentre un abbraccio tra i due innamorati allenta le paure, arriva Mathias con la sua polizia privata, un gruppo di ragazzi che difendono il loro capo e i suoi interessi: ne fanno parte, tra gli altri, Rita e Djandjo, bambino soldato. Sarà proprio Rita che ucciderà, a freddo, Lamine.
«Ho dovuto chiudere questo film in fretta: mancavano i fondi promessi dallo Stato. Questo ha fatto sì che alcuni personaggi non siano sviluppati come avrei voluto. Rita è uno di questi». Il suo personaggio, infatti, è solo abbozzato, e vive solo dello sguardo dell'attrice, crudo e gelido.
Wade apre il grande ventaglio dei mali del continente africano. Rita è solo una delle fila che il regista tenta di tenere, ma che a volte sembrano sfuggirgli, sotto il peso della complessità dell'Africa d'oggi: il regista stesso ammette che il girato può a volte sembrare confuso. Si intrecciano le sorti di Djanjo, bambino soldato, di Rita, ragazza disadattata. E poi Mathias, arricchitosi con attività illegali, i campi profughi vicino al villaggio, il ruolo delle ong, la convivenza tra cristiani e musulmani.
«Les feux de Mansaré è un film africano, non senegalese», spiega il regista. «Un film corale che, attraverso un puzzle di caratteri e situazioni, cerca di dipingere il quadro dell'Africa contemporanea». Lo stesso Mansour racconta di avere preso spunto da due casi specifici: quello della Liberia, con i suoi diamanti insanguinati, e quello della Costa d'Avorio, un paese da anni spaccato in due da guerre clandestine.
Come detto, non mancano richiami all'attualità, ma Wade torna nel solco del suo passato cinematografico, dove il recupero e la trasmissione della memoria giocano un ruolo preponderante. In questa produzione la memoria è salvaguardata dal bambino che con una telecamera riprende tutto ciò che accade: uno strumento moderno per perpetuare la tradizione tribale. Ma la tecnologia, da sola, non esaurisce il portato della memoria: in questa linea si inserisce a pieno titolo il personaggio più colorato del film, un cantastorie caraibico emigrato in Senegal per trovare il paradiso. È attraverso i suoi stornelli che lo spettatore riesce ad allacciare le pene contemporanee agli oracoli ancestrali.
Il film si apre coi passi di un bambino che cammina sull'erba. Passo dopo passo, il terreno si fa sempre più arido. L'immagine si allarga, fino a contenere tutto un popolo di profughi. Wade indugia sui particolari, mani e piedi soprattutto, tra anelli, bracciali e tatuaggi all'hennè. Scampoli di pelle nuda, ebano e porcellana nei volti dei personaggi, un'eleganza innata che stride con la polvere che fa da sfondo. Il film si chiude coi passi dello stesso ragazzino, ormai ex bambino soldato, in un orto: passi sicuri che evitano abilmente le piantine che stanno crescendo, mentre Nathalie, in dolce attesa, si accarezza la pancia. Il tramonto spegne le luci su questo lungometraggio che, pure ammettendo tutti i paradossi e i limiti dell'Africa di oggi, guarda al futuro con speranza.

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