Come vivere in Senegal senza cinema PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuditta Avellina e Ambra Notari (Milano, Italy)   
Martedì 23 Marzo 2010 14:38
mansourNon ha l'estro dell'artista stravagante, il regista senegalese Mansour Sora Wade. Né la superbia di chi ha creato un'intensa storia d'amore tragico. Ma è uomo pacato Mansour, con grandi occhi neri che sorridono.Un uomo felice di aver girato il mondo per arricchirsi di spunti culturali sempre nuovi. E altrettanto lieto di partire dalla propria terra ma per tornarvi più ricco di frutti da donarle. Il senso di incompletezza che lascia dietro di sé Les Feux du Mansarè, in visione al Festival del Cinema africano di Milano, non impedisce di cogliere la delicata essenza del secondo cortometraggio dell'artista senegalese. Ossia che il ruolo dell'artista è prima di tutto quello di partecipare alla bellezza del mondo. Per trovare un oasi di speranza anche là dove la sopraffazione vorrebbe prevalere.
Cosa ne pensi di questo festival?
Sono molto grato a questo festival, dato che durante la prima edizione ho presentato il mio primo corto e ho ottenuto un importante sostegno economico per le mie produzioni. Qui ho anche conosciuto Cham Joola, senegalese d'origine ma milanese d'adozione. Successivamente, in Senegal, abbiamo fatto il casting per le Feux de Mansarè e Chan è diventato il mio eroe tragico di nome Lamine.
Quando hai deciso di avvicinarti al cinema?
Il cinema ha scelto me. Sono nato a otto chilometri da Dakar e di fronte casa mia c'era un cinema all'aperto con un grande spiazzo e dei tendoni sotto i quali trasmettevano film. A quell'epoca non potevo entrarvi e allora avevo escogitato un trucco: con un rasoio avevo fatto un taglio sulla tenda. 
E lì vidi il mio primo film, era un western. Quello spazio diventò la nostra area di gioco, ci divertivamo a reinterpretare i ruoli visti nei film.
Come giocavate?
Uno dei nostri giochi preferiti era questo: io interpretavo l'eroe buono e dovevo salvare la mia principessa, interpretata dalla sorella di un mio amico. Il mio amico invece era il cattivo. Una volta entrai talmente nella parte che lo strinsi forte al collo con un laccio e stavo per soffocarlo. Un altro gioco era prendere una scatola di cartone, metterci davanti un velo bianco e proiettarvi le ombre: quello per me era il cinema.
Nelle tue opere c'è traccia di questi ricordi d'infanzia?
Sono ricordi indelebili nella mia mente e nel mio cuore che ho riportato anche in Le Prix du Perdon dove si vede un bambino che gioca con le ombre cinesi. Il film è un riadattamento della mia infanzia, cui ho aggiunto due personaggi, il bambino e il padre. Quest'ultimo è ispirato a un drammaturgo, quando sono ritornato in Senegal dalla Francia, alla fine dei miei studi. Il bambino invece sono io: lì si parla dei miei ricordi, del mio vissuto.
C'è un personaggio che ritorna frequentemente nelle tue opere?
Nei miei film c'è sempre un personaggio che racconta la storia,. È il grieu, ossia colui che conserva la memoria orale attraverso la parola parlata e poi la tramanda. Nel film invece c'è un grieu particolare e moderno: è il bambino a conservare la memoria, ma questa volta lo fa attraverso le immagini. In tutto il mio lavoro sono stato segnato dalla storia mentre l'ultimo film è contemporaneo: questo perchè la realtà odierna sta contribuendo a modificare la tradizione. Una volta il grieu  trasmetteva oralmente al figlio la realtà dei fatti: oggi, invece, il figlio va a scuola e impara ad avere una percezione del mondo attraverso il maestro.
Chi ti ha influenzato nella tua carriera di regista?
Quando ero studente il cinema giapponese mi ha molto segnato. In certi casi l'estetica e la cultura cinematografica giapponese si avvicinano molto a quella africana. Del resto, per mangiare, anche loro, come noi, si siedono a terra.
Un film in particolare?
Un film che mi ha segnato è Kwaidan, spettacolo in cui sono intrecciati quattro racconti. Lo vidi quando ero in Francia e mi dissi che, se mai sarei tornato in Senegal, avrei voluto raccontare quelle storie. Quando tornai in Senegal, il mio primo lavoro fu quello di regista presso la tv senegalese e fu proprio durante i ritagli di tempo che cominciai a lavorare ai racconti. Il Ministro della cultura dell'epoca vide i miei lavori e mi chiese di andare a lavorare nell'archivio audiovisivo. Il mio lavoro per l'archivio consisteva nell'andare in giro per il Paese e raccogliere quante più testimonianze possibile delle avanguardie del patrimonio culturale. Ho lavorato lì per dieci anni, poi mi sono reso conto che stavo diventando un funzionario e perciò ho deciso di ripartire per la Francia. Dopo l'esperienza francese, precisamente nel 2003, ho però deciso di ritornare in Senegal: ero pieno di nuovi spunti ed esperienze da donare al mio Paese. Oggi vivo lì e sono felice.
Esistono delle scuole di cinema in Africa?
In Burkina Faso c'è una scuola di cinema: si chiama Imagine ed è stata realizzata dal regista Gaston Gabore. Il vero problema è che si parla di formazione ma poi c'è una oggettiva difficoltà a mostrare il proprio lavoro. Le sale cinematografiche sono chiuse, sono state trasformate in centri commerciali o in chiese evangeliche ed è normale avere attimi di sconforto e chiedersi il reale motivo per cui si fa cinema. Non serve a nulla fare un film 35mm se poi non sai dove e a chi farlo vedere.
Perché non ci sono più cinema in Senegal?
In Senegal c'era la più alta concentrazione di sale da cinema, erano tutte sotto monopolio statale. Con l'avvento della politica dettata dalle Banche Mondiali, che vogliono la liberalizzazione, lo Stato ha ceduto le banche a privati ma con l'obbligo di proiettare film per dieci anni. Molte di queste sale sono state poi svendute a prezzi nulli, nonostante si trovassero in zone centrali.
Cosa rappresenta per te le Feux du Mansarè?
Il film è una metafora dell'Africa di oggi ma tratta anche temi delicati quali il rispetto dei diritti umani. Il film è africano e non senegalese, si parla dei problemi di Liberia e Costa D'avorio.
Mi crea dolore riguardare ciò che ho girato: non avevo i mezzi per terminarlo, per questo motivo è poco sviluppato il tema di Rita, la bambina soldato che uccide Lamine.
C'è una scena particolarmente esplicativa del senso del film?
Sì, la prima e l'ultima scena. Il film si apre e si chiude con un primo piano sui piedi di un bambino che cammina sull'erba che poi si trasforma in terra arida. Lui diverrà un bambino-soldato ma alla fine del film i piedi cammineranno sull'acqua e attraverseranno i germogli prima di incontrare una donna gravida. Insomma, il film vuole concludersi con un messaggio di speranza e di pace. In fondo, il ruolo dell'artista è quello di partecipare alla bellezza del mondo.


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