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Sudafrica 2010, la sicurezza è made in Italy PDF Stampa E-mail
Scritto da Salvo Catalano, Milano (Italy)   
Martedì 11 Maggio 2010 15:29

sudafrica1Giovanni Pisapia è un uomo piuttosto richiesto nelle ultime settimane. La ragione? Nelle sue mani c'è la sicurezza dell'evento dell'anno, i Campionati Mondiali in Sudafrica. In particolare, da alcuni mesi progetta, insieme alle forze di polizia di Johannesburg, piani di sicurezza per la città. Il suo interesse per il Paese africano nasce da lontano (Pisapia è nato a Johannesburg) mentre quello per la criminalità si è sviluppato negli anni dell'università.


Qual è oggi il tuo ruolo a Johannesburg? Come si svolge la tua giornata?
Mi alzo prestissimo, alle 4 del mattino. Ho un doppio ruolo: da una parte sviluppare piani di sicurezza per la città di Johannesburg in vista del Mondiale, dall'altra studiare il crimine in determinate aree della città e offrire delle soluzioni alla polizia per migliorare la sicurezza.

Il rapporto annuale della Polizia sudafricana non è incoraggiante. Allarmano soprattutto i dati sulle violenze sessuali e i furti con aggressione. Pensi che i turisti e gli appassionati che verranno in Sudafrica saranno costretti a vivere in determinate zone della città, completamente blindate?
La città di Johannesburg è parte integrante dei giochi. È un caso unico, in quanto ha due stadi che ospiteranno le partite, comprese quella inaugurale e la finale. Due parchi, uno a nord e l'altro nell'area di Soweto, saranno gestiti dalla Fifa e serviranno come luogo di ritrovo con numerosi maxischermi, attività, musica e ristoro. In più ci saranno altri nove centri d'incontro dove guardare le partite, molti dei quali saranno installati nelle township, le zone più povere della città, in modo che il grande evento sia vicino anche ai meno fortunati.


Da una parte ci sono stati grandi investimenti per costruire gli stadi, dall'altra la Fifa prevede un introito di due miliardi di dollari dai diritti tv. Ma cosa è stato fatto per i cittadini di Johannesburg? Cosa rimarrà una volta finito il Mondiale?
Johannesburg è la prima città in Sudafrica dove si è creato un sistema di trasporto pubblico. Un collegamento in pullman tra Soweto, la più grande township del Paese, e il centro della città. Abbiamo colto l'occasione dei Mondiali per realizzarlo in tempi brevi, altrimenti è facile immaginare che sarebbero passati vent'anni prima di renderlo operativo. E sicuramente servirà anche dopo la fine della manifestazione. È uno dei progetti che va a beneficio della popolazione. La costruzione degli stadi ha dato, inoltre, importanti competenze a migliaia di persone, che adesso sono in grado di lavorare alla costruzione di altre infrastrutture. È proprio quello che sta accadendo già ora con le autostrade. Infine, la città è stata rigenerata: molti edifici abbandonati sono stati rimessi a posto e destinati ad abitazioni popolari.


Quanto è stato investito per questa rigenerazione?
Si parla di dieci milioni di euro per rifare tutto il centro della città e per offrire una residenza a molte persone che non ne avevano.


Quali sono le caratteristiche del centro della città di Johannesburg?
Non è assolutamente un centro d'elite. Anzi. Questa è terra di nessuno, perché dalla fine dell'apartheid è stata completamente abbandonata in mano al crimine. Dopo l'abolizione della segregazione moltissimi poveri si sono riversati nel centro della città e tanti edifici sono stati abbandonati. È, in generale, la zona più problematica.


Hai riscontrato grandi differenze tra la pianificazione della sicurezza in Italia e in Sudafrica?
Le differenze derivano da un tasso di violenza infinitamente maggiore rispetto all'Italia. Il sistema della sicurezza per le Olimpiadi invernali, ad esempio, non ha avuto un forte impatto sulla gente di Torino. A Johannesburg, invece, attorno agli stadi, che sono in centro, c'è una zona con un raggio di due chilometri totalmente sicura, in cui, ad esempio, tutti i veicoli sono controllati. In Italia non c'è stato un investimento tale sulla sicurezza, semplicemente perché non ce n'era bisogno.

 

 

Autorizzazione del Tribunale di Milano n° 132 del marzo 2009.

 

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