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Appunti per un'Orestiade africana PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianguido Pagi Palumbo   
Lunedì 17 Maggio 2010 22:24

 

Orestiade_copertina_dvdNel corso della lavorazione di Appunti per un film sull'India, Pasolini progettò di allargare il discorso sui temi della religione e della fame e sui problemi dei paesi del Terzo Mondo girando episodi che rappresentassero alcune realtà, come quelle dei paesi africani, dei paesi arabi, dell'America Latina e dei ghetti neri nordamericani.

Tale progetto si rivelò impossibile da realizzare, anche per difficoltà di produzione. Rimasero ampi spezzoni di pellicola, gli Appunti per un poema sul Terzo Mondo e la sceneggiatura de Il padre selvaggio, in seguito pubblicata da Einaudi. Parlando dell' ipotesi di un film sul Terzo mondo Pasolini precisò: "Questo è un progetto che non ho mai abbandonato del tutto. Anzi, credo proprio di tenerci molto. In quale forma poi lo realizzerò ancora non lo so bene. [...] Quel film dovevo girarlo in diversi paesi del Terzo Mondo [...] Era quindi una sorta di documentario, di saggio. Non lo potevo concepire che in questa forma. Ma allora a chi lo avrei destinato, se non alle poche élites politicizzate che si interessano ai problemi del Terzo Mondo? Per estendere questo pubblico prevedibile, avrei dovuto fare un film 'giornalistico'. È difficile trattare un argomento del genere in tutta tranquillità, sia sul piano ideologico che politico. Penso che ai marxisti ufficiali certe verità non sarebbero state del tutto gradite. Anche i contestatori a loro volta vi avrebbero trovato materia di controversia".

Se il film nella sua interezza non vedrà mai la luce, Pasolini girò però per la Rai Radio-televisione italiana un documentario di quasi un'ora: Appunti per un'Orestiade africana. Alberto Moravia:

"[...] è uno dei più belli di Pasolini. Mai convenzionale, mai pittoresco, il documentario ci mostra un'Africa autentica, per niente esotica e perciò tanto più misteriosa del mistero proprio dell'esistenza, coi suoi vasti paesaggi da preistoria, i suoi miseri villaggi abitati da un'umanità contadina e primitiva, le sue due o tre città modernissime già industriali e proletarie. Pasolini 'sente' l'Africa nera con la stessa simpatia poetica e originale con la quale a suo tempo ha sentito le borgate e il sottoproletariato romano."

Nel corso di un viaggio attraverso i territori di Tanzania, Tanganika e Uganda, Pasolini radunò un insieme di immagini per il film sull'Africa. Era il 1969: Appunti per un'Orestiade africana rimandava apertamente alla grande trilogia di Eschilo per descrivere l'Africa del dopo-colonialismo. «Ah, il deserto assordato / dal vento, lo stupendo e immondo / sole dell'Africa che illumina il mondo». Ma a quale realtà intendeva rapportarsi Pasolini con l'Orestiade? Scriveva: «L'Orestiade sintetizza la storia dell'Africa di questi ultimi cento anni: il passaggio cioè quasi brusco e divino, da uno stato "selvaggio" a uno stato civile e democratico: la serie dei Re, che, nell'atroce ristagnamento secolare di una cultura tribale e preistorica, hanno dominato - a loro volta sotto il dominio di nere Erinni - la terra africana si è come di colpo spezzata: la Ragione, ha istituito quasi motu proprio istituzioni democratiche. Bisogna aggiungere che il problema veramente scottante e attuale, ora, negli Anni Sessanta - gli anni del Terzo Mondo e della Negritudine - è la "trasformazione delle Erinni in Menadi": e qui il genio di Eschilo ha tutto prefigurato. Tutte le persone avanzate sono d'accordo [...] sul fatto che la civiltà arcaica - detta superficialmente folclore - non deve essere dimenticata, disprezzata e tradita. Ma deve essere assunta all'interno della civiltà nuova, integrando quest'ultima, e rendendola specifica, concreta, storica. Le terribili e fantastiche divinità della Preistoria africana devono subire lo stesso processo delle Erinni: devono diventare Eumenidi».

Ma com'è strutturata quest'opera? C'è una parte vera e propria del viaggio. Lo sguardo invaso dalle pianure e dalle grandi foreste si appanna e intristisce di fronte alla scoperta dell'eredità coloniale nelle città e nelle scuole (l'utopia de Il buon selvaggio sembra lontana per sempre). Del resto, è dal respiro dell'Africa nera che arriva a Pasolini l'idea di ambientarvi un'Orestiade contemporanea. Per questo il regista può riprendervi i luoghi e i volti alla ricerca del suo Oreste e del suo Agamennone, di Cassandra e di Clitennestra. La città di Kampala, nelle sue immaginazioni e nel favoleggiare che il film concretamente fa, potrebbe essere Atene; l'università di Dar Es Salaam, in Tanganika, simboleggiare a sua volta il sacrario di Apollo. La gremitezza del taccuino d'appunti dell'intellettuale d'eccezione, quegli che ragiona su sfruttamento e alienazione, su omologazione e progresso, cede il posto agli slarghi abbaglianti d'intensità: l'orticello prefigurante la tomba; gli alberi; le nebbie in lontananza; l'indistinto del mito raccolto in un'uguale indistinzione, quella straordinaria dei paesaggi continentali.

Sono importanti i due momenti in cui Pasolini sospende la proiezione dei suoi spezzoni per discuterne con studenti africani residenti a Roma. L'idealizzazione dell'Africa, sentita nella sua unità del passato da mantenere e del futuro da costruire, viene travisata dagli studenti: percepita come qualcosa di cui adontarsi o vergognarsi, e comunque da respingere. Il dramma latente è che la tensione ideale e poetica di Pasolini non sfiora più di tanto quelli che nella realtà dovrebbero incarnarne salvificamente il progetto. È come se «il sogno di una cosa» si intingesse delle rughe della sua inattualità. Va da sé che il film ne acquisti in ricchezza: sul suo spettro stilistico cade il richiamo della storia vera, quel che in altri termini gli studenti dicono e ripetono a Pasolini. Il quale però non si dà la cura di assecondarli. In fondo, nel suo imposto poetico è sempre una diversità essenziale a consentire il recupero dell'utopia e della speranza.

Analogicamente ai borgatari di Accattone e de La ricotta, alle plebi sottoproletarie de Il Vangelo, alle "coscienze infelici" di Edipo re, di Porcile, di Affabulazione, l'Oreste intravisto e immaginato nel film tutto è umanato di negritudine, e non soltanto perché difende le istanze di chi ha la pelle scura. Per Pasolini l'istanza di futuro arriva agli Europei dall'Africa; e l'Africa è la diversità, l'alterità, la fiducia da riconquistare. «Una nuova nazione è nata, i suoi problemi non si risolvono, si vivono. Il futuro di un popolo è nella sua ansia di futuro, e la sua ansia è una grande pazienza». È il commento che chiude il film, col canto struggente ed epico della Rivoluzione russa.

Scheda del film: 1968-69 Appunti per un'Orestiade africana

Scritto, diretto, fotografato e commentato da Pier Paolo Pasolini
Musica originale: Gato Barbieri. Montaggio; Cleofe Conversi.

Produzione per Rai-Tv a cura di Gian Vittorio Baldi e Idi Cinematografica (Roma), I film dell'Orso, produttore delegato Gian Vittorio Baldi; pellicola Eastmancolor; formato 16 mm, b/n; macchine da ripresa Arriflex; sviluppo e stampa Luciano Vittori; sincronizzazione Nis Film; distribuzione Dae.

Riprese: dicembre 1968 e febbraio 1969, esterni: Uganda, Tanzania, lago Tanganika, interni Roma, Folkstudio;
Durata: 63 minuti.
Prima proiezione: Giornate del cinema italiano, Venezia, primo settembre 1973.

Appunti per un'Orestiade africana non è mai stato mandato in onda dalla Rai.

Nel 2005 la pellicola è stata restaurata dalla Cineteca di Bologna, che ha presentato il film al Festival del Cinema di Cannes.

Oggi è anche un libro con un dvd, edizioni Cineteca Bologna, Bologna, 2008 (Euro 16,90) http://www.cinetecadibologna.it/edizioni/edobj_appunti_orestiade

 

 

Autorizzazione del Tribunale di Milano n° 132 del marzo 2009.

 

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