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Sabato 05 Febbraio 2011 20:59

Se il cibo è l'arma della rivolta

Scritto da  Giulia De Stefanis (Milano, Italia)

Algerian_RevolutionÈ stata l'esasperazione, in Algeria e Tunisia, a portare in piazza a dicembre migliaia di persone. Una rabbia coltivata in anni di oppressione ed esplosa con la fame. «Perché se hai studiato per anni, ti sei laureato, sei architetto, ma il lavoro non c'è e vendi sigarette di contrabbando in strada, hai dentro una frustrazione latente. Puoi sopportare disoccupazione e umiliazioni, ma il giorno in cui ti tolgono il pane, o aumentano il prezzo dell'olio, allora quella frustrazione diventa indomabile».

Lo dice Nacéra Benali, giornalista algerina del quotidiano El Watan. La cronista vive tra Algeri e Roma, dove lavora come corrispondente, collabora con Il Messaggero e altri giornali italiani. Porta avanti la sua crociata contro diffidenze e pregiudizi tra Europa e Paesi arabi (Scontro di inciviltà è uno dei suoi ultimi libri). Testimonia le evoluzioni politiche del suo Paese, che nel '94 la costrinse all'esilio, dopo la fatwa spiccata contro chi commetteva "delitti d'opinione" dal Gia, il Gruppo Islamico Armato.

Nacéra Benali evidenzia l'intreccio tra questione alimentare e rivolte sociali. In Algeria e Tunisia l'aumento dei prezzi di beni di prima necessità ha fatto esplodere le proteste, culminate nella morte di decine di manifestanti e nelle dimissioni del presidente tunisino Ben Ali. Poi l'onda si è allargata all'Egitto.

«Ma tutte le nazioni mediorientali sono a rischio perché dietro queste monarchie dall'etichetta democratica ci sono delle elite estremamente conservatrici», spiega la cronista. Siria, Giordania, Sudan, Yemen, Marocco e alcuni Paesi del golfo Persico, come il Kuwait, sono Paesi guidati da dinastie milionarie e popolati da masse oppresse, prive di diritti civili e politici, sempre più povere: «Se in questi Stati dovesse aumentare il prezzo del cibo, alterando in modo più che tangibile la vita quotidiana, quel cibo sarà impugnato come un'arma - continua Nacéra Benali - e potrà davvero diventare il pretesto per lo scoppio di nuove guerre civili».

Almeno in Algeria, comunque, il capitolo rivoluzionario sembra archiviato: «Abbiamo vissuto un'insurrezione del tutto simile, scoppiata per l'aumento del prezzo del cibo, vent'anni fa - racconta Nacéra -. Le dinamiche furono identiche, si arrivò alla destituzione del presidente e alla conquista della libertà di stampa, caso unico nel mondo arabo. Oggi, nonostante persistano repressioni politiche e disparità tra i sessi, il tenore di vita è generalmente accettabile. Imparando dalla storia, il governo algerino ha saputo placare la rivolta, riducendo i prezzi e garantendo sovvenzioni».

Ma l'onda della protesta, domata in Algeria, cavalca i blog del Mahgreb, reclutando nuova esasperazione, minacciando la stabilità di molti Paesi. Al centro dello scontro, sul labile confine che separa tollerabilità ed esplosione, c'è la questione alimentare. Le elite di potere che controllano la distribuzione del cibo - «in Tunisia ed Egitto sono gli apparati statali», ricorda Nacéra Benali - tirano la corda dei prezzi finché possono. Ma devono guardarsi bene dall'esagerare.

 

 

Last modified on Martedì 08 Febbraio 2011 19:25

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Autorizzazione del Tribunale di Milano n° 132 del marzo 2009.

 

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