Anche la Libia è stata travolta dopo la Tunisia e l'Egitto. In Algeria le piazze sono calde così come in Giordania, Siria, Yemen, Gibbuti, Barhein e Iran. Solamente in Marocco il rRe sembra provare a mettere in atto riforme che lo salvino dal maremoto arabo, ma ci sono già i primi morti, dopo le manifestazioni pacifiche di domenica scorsa. Stiamo vivendo una sorta di rivoluzione in una parte del mondo o c'è qualcosa di più o di diverso?
La politica internazionale occidentale è o non è adeguata ad interpretare e a reagire prendendo delle decisioni non solo difensive o offensive, all'altezza della situazione? Ci si ricorda con preoccupazione della Rivoluzione Komeinista islamica nell'Iran del 1978; si è parlato e si continua a parlare di rivolte del pane, di reazioni alla miseria.
Secondo l'Ismu, siamo in presenza di Paesi con molti abitanti, giovani e con elevati tassi di disoccupazione. Ora, se la Libia fosse rimasta incolume, si sarebbe potuto dire che dove c'è più benessere ci sono meno rivolte. Ma ormai è chiaro che la molla principale non è stata solamente la povertà. Cosa direbbe oggi Eduard Said, il grande interprete dell' "orientalismo", con le sue origini palestinesi, la formazione egiziana, la sua vita americana?
Questo "Rinascimento" arabo si fa strada da un Paese nord africano fra i meno poveri e di insospettabile tenuta sociopolitica, la Tunisia, dove è crollato un regime in soli cinque giorni di rivolta finale; l'Egitto, altro Paese ritenuto saldamente in mano a poteri incrociati di esercito, famiglie e appoggi internazionali, è caduto in altri 15 giorni; la Libia è caduta ancora più velocemente, in una settimana, e altri Paesi sono in grande subbuglio.
In nessuno tra questi Paesi faticano a emergere leader politici alternativi e maggioritari.
I giovani sono realmente i protagonisti iniziali di queste rivolte, con un utilizzo incrociato di diversi mezzi di comunicazione antichi e modernissimi: passaparola, radio locali, tv locali ed internazionali, telefoni mobili, internet (facebook, twitter). Ma la rete non è così decisiva, se andiamoa guardare i dati sulle connessioni internet in alcuni di quei Paesi: al 2008, in Egitto, erano 8,5 milioni su 80 milioni di abitanti; in Tunisia 2 su 10 milioni, in Libia 200 mila su 6 milioni. La telefonia mobile, con tecnologia leggera e social network integrati e lo srumento principale di comunicazione.
Le richieste, gli slogan principali, parlano di libertà, giustizia, lavoro e democrazia: l'origine di questi movimenti radicali sta nel lento ma deciso assorbimento di nuove coscienze democratiche almeno nelle fasce giovani e più istruite delle popolazioni. La globalizzazione delle comunicazioni, la condivisione di informazioni e culture sta producendo sia omologazioni negative ma anche conoscenze e desideri e bisogni di libertà diffuse, in un mix contraddittorio ma comprensibile di anti-occidentalismo consumistico e colonialista e antioscurantismo-islamico e dittatoriale. Probabilmente quest'onda progressiva non si fermerà al solo mondo arabo come i primi accenni dalla Cina fanno intravvedere.
Il crollo di regimi semidittaoriali appoggiati fino ad oggi da tutto il resto del mondo, in Paesi determinanti per il commercio di fonti energetiche (gas e petrolio) ma anche oggetto di grandi investimenti economici internazionali e paesi tampone e filtro per i flussi migratori verso l'Occidente, provocherà un terremoto economico e politico internazionale incalcolabile e con effetti imprevedibili ma potenti. Inoltre, la passività o l'incapacità di affrontare questo terremoto da parte della comunità internazionale sia occidentale che orientale, o il possibile cinismo, rischieranno di trasformare la liberazione straordinaria di energie democratiche nel mondo arabo in una esplosione di conflitti locali e mondiali per l'accaparramento di risorse e di poteri economici e politici. Dipenderà dall'Europa, dagli Usa e dalla Cina se quelle energie liberate saranno invece aiutate a creare finalmente stati più democratici e nuovi equilibri mondiali a favore delle popolazioni in un mondo meno squilibrato e ingiusto.
Il caso della Libia merita però alcune riflessioni aggiuntive. Gheddafi non è simile a nessuno degli altri capi di stato africani: è al potere da oltre 40 anni, è un leader dell'Unione Africana riconosciuto, ha avuto una capacità di elaborazione teorica e di organizzazione della società libica molto particolare e un ruolo ambiguo e delicato nei rapporti con il mondo arabo e Palestinese. Ha sviluppato grandi affari con l'Italia e ha realmente in mano la gestione dei flussi migratori di quasi tutta l'Africa verso l'Europa attraverso l'Italia. La sua ripetuta proposta di ricevere 5 miliardi di dollari dall'Europa per garantire flussi ordinati di migranti africani è uno degli indici del suo potere e del suo cinismo. Il crollo del suo regime provocherà una grande e forte destabilizzazione economica e sociopolitica sia in Africa che in Italia e in Europa: se sapremo gestirla miglioreranno l'Italia, la Libia e molti altri Popoli e Paesi. Se non lo sapremo fare saranno mesi ed anni peggiori per tutti.








