I curatori - Ivan Bargna dell'Università Bicocca di Milano, Giovanna Parodi dell'Università di Genova in collaborazione con Marc Augé - hanno suddiviso, in un lungo percorso affascinate e inquietante allo stesso tempo, maschere, feticci, pali funerari e anche oggetti di uso quotidiano che provengono dal Camerun, dal Mali, dal Congo, dalla Costa d'Avorio: questi oggetti hanno viaggiato, negli anni e nei secoli, all'interno del continente africano e anche al di fuori, mettendo in contatto popoli e culture in uno scontro-incontro sempre rivolto all'arricchimento della conoscenza reciproca. Parlare di Africa, infatti, può vuol dire anche parlare di noi, parlare di Occidente: è un modo per confrontarsi con l'"Altro" e per mettersi in discussione.
Mai come in questo periodo risulta necessario superare i pregiudizi e i luoghi comuni (l'Africa delle carestie, delle guerre tribali e delle emergenze umanitarie) per volgere uno sguardo più attento sulle potenzialità delle genti africane di lottare per grandi ideali, quelli della libertà e della democrazia e per una cultura del rispetto della dignità umana. Gli oggetti in mostra raccontano storie del Passato che possiamo paragonare con il Presente, raccontano di esperienze reali, del rapporto con il sacro, della concezione della vita e della morte.
L'evento nel capoluogo ligure propone anche una serie di incontri di approfondimento da parte di antropolgi e filosofi (tra i nomi: Monica Blackmun Visonà, docente di Storia dell'Arte africana presso l'Università del Kentucky e Jean_Luop Amselle, antropologo e caporedattore dei Cahiers d'études africanes) e percorsi didattici sul significato delle maschere, sull'uso del corpo attraverso le danze oppure sulla conoscenza degli strumenti musicali, per i visitatori più piccoli.
E poi ancora: sapori e profumi d'Africa con i laboratori di cucina, la tintura di stoffe con l'arte dei batik, la creazione di opere di sabbia e materiali riciclati, letture di fiabe e visione di filmati. Un viaggio, dunque, ricco, intenso, coinvolgente che ci sembra bello segnalare anche attraverso il ricordo di alcuni versi di una poesia di Léopold Sédar Senghor:
"Viso di maschera chiuso all'effimero, senza occhi senza/materia/testa di bronzo perfetta con la patina del tempo
che non imbrattano cosmetici né rossore né rughe, né tracce/di lacrime o di baci/o viso tale come Dio t'ha creato prima della memoria stessa/delle età/viso dell'alba del mondo, non ti aprire come una gola tenera/per commuovere la mia carne./Io ti adoro, o Bellezza, con il mio occhio monocorde".
("Maschera negra" in "Canti d'ombra e altre poesie" di Léopold Sédar Senghor, a cura di Franco De Poli, Passigli Editori)








