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Sabato 18 Febbraio 2012 11:36

La guerra civile nel Mali, primo conflitto post Gheddafi

Scritto da  Eyoum Nganguè
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Meno di un anno dopo l'operazione "Unified Protector" della Nato in Libia, la guerra migra in Mali. Istantanee dall'Africa post Gheddafi.

mali_tuaregAttaccando e destabilizzando la Libia l'anno scorso, gli Occidentali sapevano senza dubbio che aprivano un vaso di Pandora su irreparabili rotture di equilibri nell'Africa sub-sahariana.

Innanzitutto perché un buon numero di paesi della striscia sahelo-sahariana hanno beneficiato negli ultimi anni di aiuti libici sotto forma di infrastrutture che i vecchi paesi colonizzatori non si erano dati la pena di costruire durante i decenni di cooperazione post coloniale. Così, dei complessi alberghieri e centri commerciali ultramoderni sono stati edificati in alcune capitali africane con capitali libici della Laico. Ouagadougou, Niamey o Bamako hanno quindi ormai i mezzi per accogliere turisti, uomini d'affari in condizioni che rispondono alle norme dette internazionali. Meglio ancora, in Mali, il denaro della defunta Jamahiriya ha permesso al paesaggio urbano della capitale di arricchirsi di una città ministeriale costruita secondo un'architettura che rispetta le forme e il clima di Bamako e che rimpiazzerà le vecchie costruzioni coloniali francesi, inadatte al funzionamento di uno Stato moderno, in cui era alloggiato il grosso dell'amministrazione maliana.

Decapitando la Libia gheddafiana, hanno prosciugato tutti gli investimenti realizzati o programmati nei paesi del Sahel. Gli impieghi indotti che vi erano legati sono ugualmente spariti. In oltre, quei paesi hanno anche perso il denaro fresco rappresentato dai trasferimenti che facevano i loro cittadini viventi e lavoranti in Libia. E in più, devono ormai mantenere migliaia di giovani traumatizzati e respinti dal paese di Gheddafi durante il sanguinoso conflitto armato.

Ma il peggio è stato il ritorno nei loro paesi di vecchi membri della legione pro-Gheddafi. Essendo stati obbligati a lasciare la Libia con armi e bagagli, questi costituiscono ormai una bella spina nel fianco degli Stati circostanti. Così la ribellione Tuareg, che era sparita negli anni in cui dei battaglioni composti da Uomini dai turbanti blu erano stati incorporati nelle truppe di Gheddafi, è ormai di ritorno. Moltiplica gli attacchi alle località del Nord del Mali e ha già causato danni enormi nei paesi limitrofi che accolgono da qualche giorno migliaia di maliani smarriti che già prima non avevano vita facile e ora devono percorrere centinaia di chilometri con un fagotto in testa. I paesi che accolgono questi rifugiati non hanno i mezzi per farlo e inoltre non sono al sicuro dagli attacchi di quei ribelli che sembrano meglio attrezzati rispetto alle armate nazionali del Mali, del Burkina, del Niger o del Ciad.

Occorre dire che questa situazione poteva essere prevedibile, perché nel bel mezzo dei bombardamenti ciechi condotti dagli aerei della Nato sulla Libia, il presidente del Ciad Idriss Déby o il suo omologo maliano Ahmadou Toumani Touré avevano sottolineato come la prima conseguenza della destabilizzazione della Libia sarebbe stata un'inondazione di armi sofisticate in tutta la regione sahelo-sahariana. I fatti di queste ultime settimane danno loro completamente ragione.

Ma aver ragione non basta, perché occorrerebbe poter ridurre il disturbo delle incursioni ribelli in questi paesi politicamente, socialmente e economicamente fragili. I pompieri che hanno acceso questo fuoco non se ne preoccupano affatto, tranne che quando ci sono dei rapimenti o dei rischi di rapimento di cittadini occidentali.

Per due o tre occidentali rapiti, gli elicotteri francesi fanno dei rastrellamenti nel deserto. Ma quando sono i soldati e i civili maliani a essere uccisi, o migliaia di abitanti a essere cacciati da casa loro, quelli che hanno trasformato la regione in polveriera attaccando Gheddafi non alzano neanche un dito e gridano alla negoziazione.

Eppure, dopo l'emergenza del presunto ramo africano di Al qaeda, battezzato AQMI (Al qaeda nel Magreb Islamico) dalla stampa occidentale, il Sahel si è riempito di basi militari occidentali clandestine, di consiglieri militari americani e francesi, di spie di tutti i tipi che percorrono queste regioni ai confini del Sahara.

Come spiegare che non abbiano potuto prevedere gli attacchi del Movimento nazionale per la liberazione dell'Azawad (MNLA)?

Come spiegare che, con il loro materiale high-tech antiterrorismo, essi non abbiano osservato i preparativi e lo spiegamento di quei ribelli?

La cooperazione militare con le armate regolari che si innesca quando si tratta di combattere il presunto pericolo terrorista va in frantumi quando l'unità nazionale di quei paesi vacilla.

Perché? Non c'è una risposta già pronta. Un'ipotesi semplice tuttavia, ma cinica: l'Occidente non ambisce a una pace durevole nei confini del Sahara. Il ritorno alla calma e l'avvento di una reale democrazia in questa regione impedirebbe loro di sfruttare impunemente le ricchezze del sottosuolo che vi si trovano.

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Autorizzazione del Tribunale di Milano n° 132 del marzo 2009.

 

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