Storie di esperienze, di speranze e di disillusioni che si intrecciano - da Milano a Malta, dal Nord Africa della rivoluzione e del cambiamento all'Etiopia con le sue tradizioni ancora arcaiche – storie raccontate in Bulaq di Davide Morandini e Fabio Lucchini, in Locked in Limbo di Alvaro Lanciai o in Jeans & Martò di Claudia Palazzi e Clio Sozzani, per citare alcuni film presentati nella sezione.
Il concorso è stato vinto dal documentario di Stefano Liberti e Andrea Segre, intitolato Mare chiuso. Il racconto riguarda un gruppo di profughi del Corno d'Africa che oggi sono "parcheggiati" in una tendopoli al confine tra Tunisia e Libia: alcuni di loro avevano filmato, con un cellulare, l'attraversata del Mediterraneo e questo video è proprio il motore e il nucleo del film, arricchito dalle interviste ai profughi, da immagini di repertorio ma, soprattutto, dalle riprese del processo presso la Corte d'Europa perchè lo Stato italiano è stato condannato proprio per la sua politica dei respingimenti: l'Italia, a seguito di quel processo, è stata obbligata a pagare 15.000 euro per ognuno dei migranti. Ma questa è vera giustizia?
Prigionieri di politiche sbagliate, della complessità burocratica e della mancanza di prospettive sono anche gli ospiti del Ferrhotel, che dà il titolo al documentario di Mariangela Barbanente: un vecchio albergo abbandonato (di proprietà di Trenitalia), presso la stazione di Bari, in cui si è stabilita una quarantina di rifugiati somali. Si tratta, perlopiù, di uomini tra i 20 e i 30 anni che scandiscono la loro quotidianità con azioni e gesti ripetuti e quasi cadenzati – svegliarsi, lavarsi, mangiare, pregare, telefonare, leggere – per dare al tempo che passa, una parvenza di normalità e di utilità, nell'attesa di un lavoro, di un alloggio. Nell'attesa di sentirsi di nuovo cittadini e vivi.
Dal Sud dell'Italia al Nord, nella "famigerata" Via Padova a Milano. Qui si concentrano le parole, i suoni, i profumi della comunità araba, in una casa di ringhiera che il regista – Lemanouer Ahmine – ha soprannominato La Curt de l'America. Sui ballatoi il presente si mescola al passato, quando i migranti erano gli italiani.
Segnaliamo, infine, Il castello di Massimo D'Anolfi e Martina Parenti che ben rappresenta, simbolicamente, la prigionia fisica e psicologica di chi è costretto a spostarsi da un luogo ad un altro. Siamo, infatti, nell'aeroporto di Malpensa dove prende vita un film corale di uomini, donne, giovani, anziani: tutti spiati, tutti sotto l'occhio vigile di telecamere, tutti controllati da Polizia, Servizi Segreti, Guardia di finanza, cani antidroga, metaldetector, tornelli... Ma questo è niente, per noi vacanzieri o uomini d'affari, rispetto alla limitazione della libertà (e il pericolo) per chi viaggia sui barconi e sbarca in un luogo che non è più la terra dell'accoglienza.








