Una cosa è certa: mai il Festival aveva avuto risultati così eccellenti in termini di pubblico. Lo conferma l’entusiasmo di una delle direttrici artistiche, Annamaria Gallone che ha definito quest’edizione, ormai la 22°, la «più emozionante, la più speciale, con un grande coinvolgimento di tutti, anche al Festival Center». Aumenta di anno in anno, infatti, chi è disposto a seguire con costanza il Festival, che è passato dall’avere un pubblico di nicchia (composto da cinefili, fedelissimi, antropologi e africanologi) a un parterre più eterogeneo. Bastava fare un giro per le proiezioni di questi giorni per pensare che l’Africa fosse finalmente uscita dalla sua marginalità. Per lo meno dal punto di vista culturale. Una sorpresa di quest’anno sono stati i molti immigrati che hanno preso parte alla manifestazione, spinti dal desiderio e dalla curiosità di ritrovare le proprie radici. Sale piene quindi, in particolar modo l’Institut Français che ha coinvolto soci, francesi e simpatizzanti vari. Durante la proiezione di Aujourd’hui del senegalese Alain Gomis c’erano addirittura persone in piedi, quasi si fosse presentito che sarebbe stato proprio questo il lungometraggio a vincere il primo premio.
Tante le facce giovani, dagli adolescenti agli studenti universitari, soprattutto grazie alle collaborazioni tra organizzatori, università e docenti milanesi. L’età media risultava più bassa del solito: che siano stati il nuovo blog tematico e la pagina aperta su Facebook? Può essere, dato che il Festival quest’anno ha deciso di sfruttare più del solito gli strumenti del web. La maratona di film italiani organizzata con l’associazione “Il razzismo è una brutta storia” al cinema Palestrina mercoledì scorso avrebbe potuto essere pubblicizzata di più, soprattutto per via del bel docu-film di Andrea Segre e Stefano Liberti, Mare chiuso, andato in scena per primo e vincitore del premio Acra. Sessantadue minuti commoventi, al termini dei quali ci si augurava che il film fosse visto anche da coloro che nel 2009 avevano acclamato con gioia i respingimenti dei gommoni carichi di migranti. Costoro, circa 200 tra somali ed eritrei, “riaccompagnati”con forza dai militari italiani sulle coste della Libia, erano stati poi torturati, picchiati e chiusi in cella per mesi. L’Italia è stata per questo condannata dalla Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo con una sentenza storica pronunciata solo un mese fa. Alcuni film della maratona sono stati riproposti domenica allo spazio Oberdan, durante il blocco delle auto. Nonostante la giornata di sole, la sala era piena e i lavori hanno goduto quindi di una maggiore visibilità.
Dallo scorso anno, la disponibilità del cinema-teatro Rosetum di via Pisanello ha ampliato l’offerta di spazi (di cui l’organizzazione del Festival è sempre avida) e coperto una zona nuova, garantendosi così un pubblico inedito, quello del centro culturale omonimo fondato dai frati francescani e quello della parrocchia vicina della chiesa di Santa Maria degli Angeli. Grazie al passaparola dei sostenitori, il Rosetum è diventato uno dei punti più strategici per attrarre nuovi milanesi.
Una menzione a parte la merita il progetto “Spazio scuola”, organizzato dal Coe, il Centro orientamento educativo. Gli studenti di alcune scuole medie e superiori di Milano hanno visto rispettivamente il film indonesiano “The mirror neve lies” e il francese “Case départ” ambientato nelle Antille francesi di fine ’700. Le discussioni con i registi e i critici cinematografici presenti hanno stimolato l’interesse dei ragazzi – compresi quelli stranieri, che hanno raccontato le loro esperienze in fatto di discriminazione e integrazione – e hanno restituito l’immagine, in passato offuscata, di una Milano più aperta e senza stereotipi, che non rifiuta la complessità della sua società.








