Come è cambiata la corte rispetto a 40-50 anni fa?
I rapporti, all'interno della corte, allora erano rapporti tra persone della stessa cultura, quasi della stessa provenienza: si trattava di soli italiani per cui non c'erano diffidenze e paure e, se c'erano, erano legate alla povertà e alle difficoltà quotidiane. Con l'arrivo dei meridionali si comincia a parlare di “diffidenza” e si affermano gli stereotipi: il napoletano è un “mariuolo”, il siciliano è un mafioso...e col tempo si sono costruiti i muri mentali. Adesso la situazione si è complicata ulteriormente perchè il fenomeno migratorio è complesso in sé: bisogna inglobare tante lingue, tanti sapori, tante musiche e tradizioni diverse...
Nel film, però, emerge che nella corte si è conservato un certo spirito di collaborazione: alcuni anziani italiani vivono ancora lì dove ora vivono gli immigrati.
E' bello vedere il portinaio egiziano che accompagna la signora centenaria, oppure sentire l'arabo che chiama “fratello” il siciliano. Le differenze culturali si stemperano nella quotidianità; in fondo, si tratta di esseri umani che condividono le stesse difficoltà della vita
Come siete riusciti a entrare nelle case, nell'intimità di queste persone?
L'idea de “La curt de l'America” (come viene chiamata in dialetto milanese) è di Manuela Manni - Responsabile dell'Associazione Villa Pallavicini – che è cresciuta a Crescenzago e conosce bene la popolazione, la storia, il territorio. L'idea è piaciuta molto a me e a Francesco anche perchè io sono un immigrato algerino e lui è il prodotto dell'emigrazione interna da Sud a Nord (è di padre pugliese).
Il vostro sguardo si è rivolto separatamente al mondo arabo e al mondo italiano oppure no?
In alcuni momenti ci siamo separati perchè, per esempio, gli arabi preferivano parlare con me, con una persona che conoscesse la lingua e che avesse vissuto le stesse esperienze da ex clandestino. In altri momenti, invece, il nostro sguardo si è incrociato, soprattutto quando abbiamo affrontato i temi principali del documentario che sono: la memoria, la Storia, la quotidianità che, in fondo, è uguale per tutti. Abbiamo voluto dimostrare che i due mondi, quello arabo e quello italiano, non sono chiusi e separati.
Quanto sono importanti la lingua e i dialetti in questo film?
La lingua è importantissima perchè si tratta di un prodotto cinematografico e televisivo e le analisi che ne emergono devono essere chiare per tutti gli spettatori. Per questo motivo, prima ho parlato in arabo con gli immigrati per capire esattamente il loro pensiero e poi li abbiamo fatti esprimere in italiano per dimostrare che queste persone vogliono costruirsi davvero una realtà italiana e ci mettono tutto l'impegno.
Nel documentario un ragazzo arabo dice: “Sono venuto qui pensando di trovare sicurezze, un lavoro meno faticoso, invece...
Io credo che i mass-media hanno un ruolo importante sia per costruire sia per distruggere: nel dare e nel togliere speranze. Inoltre, specialmente in Tunisia e in Marocco, si vedono tornare dall'Italia i paesani con le macchine piene di “tutto” e si pensa che qui si distribuisca l'oro. Aggiungiamo anche che la politica italiana non ha ancora le idee chiare sull'integrazione, o meglio, sull'inclusione...
...pensiamo al problema della cittadinanza.
I figli degli immigrati - se a 18 anni non studiano o non hanno un lavoro – rischiano di avere un permesso di soggiorno di sei mesi alla scadenza del quale vengono rimandati indietro, “a casa loro”. Ma quale casa? Sono nati e cresciuti qui!
Secondo te questo è un problema solo italiano o riguarda buona parte dell'Europa?
Così mi metti in una situazione imbarazzante...In Francia, Inghilterra o in Germania hanno cercato di costruire un progetto di multiculturalismo; è vero che sta fallendo, ma almeno ci hanno provato. In Italia no: non viene dato un lavoro, non viene assegnata una casa popolare, manca l'assistenza sanitaria. Lo Stato italiano non garantisce i diritti di base agli stranieri immigrati e, spesso, neanche agli autoctoni...
Tornando alla corte: è importante il quartiere in cui si trova? La vicinanza con il naviglio?
Negli anni '50 nel naviglio ci facevano il bagno. L'industrializzazione ha poi trasformato le abitudini, lo stile di vita e, di conseguenza, anche l'economia. Il naviglio, inoltre, era un mezzo di trasporto e di comunicazione. Ora tutto questo si è perso.
Nel documentario si intrecciano i racconti di un'anziana a quelli di un giovane: c'è anche una sorta di scambio generazionale ? E il palazzo si fa testimone silenzioso di tutto ciò che è accaduto nel corso del tempo?
In tanti palazzi milanesi si nascondono storie interessanti; bisogna solo avere la sensibilità di scoprirle e di raccontarle anche perchè conoscere il Passato, si sa, serve per capire il presente e costruire meglio il Futuro.








