Le Idi di ottobre
Blaise Compaoré, un autocrate africano, ospite d'onore dell'Italia. Ragioni di stato o clamorosa svista?
Verso Milano Expo 2015
Dal 9 al 11 ottobre si svolge la 1° Conferenza dell'Expo dei Popoli, promossa da Comune di Milano, Comitato Expo dei Popoli che è composto da diverse organizzazioni del volontariato e della società civile italiane e internazionali e rappresentanti dei contadini dei paesi del sud del mondo. Gli incontri e le tavole rotonde si tengono tra le aule dell'Università Statale e negli spazi dell'Acquario Civica.
Tra i partecipanti ci sono degli agronomi, dei contadini, degli ambientalisti, dei giornalisti arrivati a Milano dai paesi europei e dal sud del mondo: Italia, Francia, Belgio,Gambia, Kenya, Nigeria, Haiti, Peru, Brasile, ecc.
Abdoulaye Pap Kouma
DIRETTORE
Laura Silvia Battaglia
DIRETTORE EDITORIALE
Caos migratorio
Fine settembre 2012. Delle famiglie del Burkina Faso sono con le spalle al muro. Il motivo: le notizie provenienti dalla Guinea Equatoriale e dalla frontiera congo-angolana non sono buone; numerosi giovani cittadini del Burkina sono in stato di arresto in quella parte dell'Africa situata a 2.500 Km in linea d'aria a Sud dei confini del loro Paese.
Wade detta legge nelle baracche provvisorie
La guerra civile nel Mali, primo conflitto post Gheddafi
Meno di un anno dopo l'operazione "Unified Protector" della Nato in Libia, la guerra migra in Mali. Istantanee dall'Africa post Gheddafi.
DIRITTO E IMMIGRAZIONE- Revoca del permesso di soggiorno
L'Italia da oltre un anno e mezzo ha introdotto il reato di clandestinità, la Francia espelle i Rom, la Germania dichiara fallito il proprio modello di multietnicità, in Svezia e in Olanda riprendono forza o nascono movimenti e partiti xenofobi. Solo un evento di grande incidenza, come la guerra in Libia e i conseguenti sbarchi di migranti sulle nostre coste, ha accellerato il percorso istituzionale verso il permesso di soggiorno temporaneo per tutti i migranti in modo da consentirne la circolazione nei Paesi dell'area Shenghen.
14 gennaio 2011: è questa la data che segna la svolta tanto agognata dalle moltitudini dei paesi arabi, in cui il despota (al-taghiya) Ben Ali è fuggito. Il tiranno che ha tenuto in ostaggio la Tunisia per ben 23 anni non c'è più.
25 gennaio 2011: è stato il giorno in cui in Egitto la gioventù ha accolto l'invito del movimento giovanile 6 aprile a manifestare per porre fine al strapotere di un altro dittatore arabo che ha fatto delle leggi di emergenza una sistematica prassi di governo trasformando l'intero paese di ben ottanta milioni di cittadini in una tenuta di famiglia.
Queste due date indicano una radicale rottura con decenni di stagnazione, che rischiava di diventare un aspetto peculiare delle società arabe. Le proteste (al-tadhahurat) l'insurrezione (al-wathba), la sollevazione (l'intifada) e la rivoluzione (al-thawra) che stanno attraversando l'intera area araba, dalla Mauritania fino allo Yemen, evidenziano il desidero di una primavera di rinascimento (nahdha), delle popolazioni e la volontà di riscatto oltre che di rinnovamento (tajdid). Questi accadimenti avvengono dopo un lunghissimo periodo caratterizzato da infinite angherie, repressioni, persecuzioni, impoverimento generale dell'intera società ad eccezione di una ristretta cerchia di familiari e di cortigiani. Sono stati anni di arretramento politico e socioculturale, di pesanti sconfitte sul piano della politica estera e della perdita di sovranità. L'intero mondo arabo, in effetti, si è ritrovato, di nuovo, a subire dei condizionamenti che rimandano alla memoria l'epoca coloniale. Grazie ai movimenti giovanili milioni di abitanti dell'area araba, cominciano in questi giorni a scorgere la fine del tunnel e a intravedere la luce di un nuovo e necessario risveglio (sahawa).
Gli avvenimenti che stanno scuotendo le società arabe e travolgendo i vari vassalli e satrapi dimostrano: 1) che le popolazione hanno superato la paura che li ha paralizzati per decenni e, di fatto hanno trovato la forza di sconfiggere la cultura dell'intimidazione e del terrore che i tiranni hanno usato e usano come unico modo per governare; 2) che le élite, spesso secolari, non sono altro che combriccole familistiche di stampo mafioso; 3) che i poteri dell'occidente democratico hanno sostenuto regimi corrotti e violenti mettendo in primo piano i propri interessi materiali dimenticando del tutto la cultura dei diritti umani, della quale fanno uso, non di rado, in termini meramente strumentali; 4) una maturità e una consapevolezza politica delle fasce giovanili smarcata da riferimenti ideologici novecenteschi; 5) che larghi settori assumono la nonviolenza e la disobbedienza civile come prassi per rivendicare i propri diritti e la propria dignità, quindi smentendo e confutando il luogo comune che vuole le società arabe imbevute di violenza e di fanatismo religioso, appiattendo l'immagine degli arabi sulla figura di Bin Laden e di al-Qa‘aida; 6) l'assenza di retorica anti occidentale - non sono stati presi di mira né interessi né persone né simboli occidentali - e il sapere parlare un linguaggio transculturale in grado di comunicare in un mondo di differenze e di molteplicità attraverso parole d'ordine quali dignità, libertà e giustizia.
In molti si chiedono quali saranno le conseguenze di queste sollevazioni. Si può tentare sommariamente di indicare due plausibili cambiamenti, uno di natura interna e l'altro di natura esterna. Relativamente alla realtà interna, si potrebbe avviare un corso politico caratterizzato dal riconoscimento di soggetti politici diversi che tenderanno a posizionarsi in un primo momento nel nuovo scenario creatosi e in un secondo momento competeranno per l'acquisizione del consenso popolare tramite le urne. In questo panorama le varie e variegate visioni di stampo islamico giocheranno certamente un ruolo significativo, tuttavia non si tratterebbe di un ruolo totalizzante e egemonico, a differenza di quello che sostengono alcuni analisti. Anche se qualche formazione islamica occuperà una posizione determinante nei nuovi assetti sarà comunque molto vicina all'esperienza dell'attuale compagine turca democratico-islamica e quindi avrà delle similitudini con alcune delle esperienze democratiche cristiane in Europa.
Riguardo al secondo aspetto, cioè quello esterno, i cambiamenti che avverranno saranno più lenti e si svilupperanno con una certa cautela. Uno dei cambiamenti prevedibili riguarderà un ripensamento delle relazioni interarabe in funzione di una maggiore collaborazione al fine di ripristinare un qualche ruolo sulla scena mondiale e acquisire un peso politico rispetto alcuni temi caldi e sensibili, come per esempio la questione del popolo palestinese, la situazione della Somalia e i rapporti con l'Iran. In oltre si cercherà di smarcarsi da alcune decisioni della politica statunitense e di trovare una voce autonoma, senza doversi appiattire sulle scelte di Washington com'è avvenuto negli ultimi decenni (per esempio la partecipazione alla guerra contro l'Iraq, l'appoggio alla guerra contro l'Afghanistan e l'adesione ad un eventuale attacco contro l'Iran).
Quello che è certo e lo dimostrano gli accadimenti in atto, è che le genti arabe hanno già conquistato un ruolo determinante nell'agenda politica sia nazionale che internazionale, avendo oggi una perfetta consapevolezza del proprio ruolo, dei propri diritti e della propria dignità.
Dopo la caduta del muro di Berlino nell''89 il mondo arabo è rimasto fuori da qualsiasi dialettica di cambiamento; le manifestazioni di oggi dimostrano che il clima di paura e di terrore è terminato e siamo di fronte all'avvio di un nuovo processo. Quali saranno le fasi, i traguardi, le interpretazioni della vita pubblica è tutto da vedere, ma intanto queste manifestazioni danno un segnale molto preciso: le popolazioni dei paesi arabi non sono più disposte a sopportare né le condizioni economiche né le condizioni politiche in cui vivevano da anni.
Vorrei utilizzare un'immagine per esplicitare meglio le condizione in cui si sono trovati questi popoli, ossia quella di un triangolo, che ha funzionato in tutti questi anni come un recinto di repressione e di dispotismo assoluto. Un triangolo composto, per un lato, dall'ondata di un certo integralismo religioso che era privo di una progettualità e chiarezza, di una reale interpretazione dei bisogni e delle esigenze delle popolazioni; per un altro lato dai sistemi di governi secolari, dispostici, familistici e spesso corrotti; come terzo lato infine l'ingerenza di potenze straniere che hanno sorretto i regimi, un appoggio che certamente ha giocato un ruolo determinante nel favorire per lunghi decenni l'operato di combriccole autoritarie e violente. Le potenze straniere che hanno sostenuto questi regimi spesso sono rimaste in silenzio rispetto alle violazioni di diritti elementari delle popolazioni.
Oggi tutti questi elementi che hanno sorretto i regimi dell'area si trovano in crisi di fronte a quello che è avvenuto, ai movimenti di base che si sono ribellati alla loro condizione. Sia nel caso egiziano sia in quello tunisino i partiti detti di opposizione ufficile- ma un'opposizione spesso meno che decorativa- sono stati scavalcati, ma anche la stessa opposizione, quella reale, quella che ha vissuto per decenni in una situazione di repressione quasi totale, è stata scavalcata da queste forze popolari che ora stanno rivendicando - pagando anche un alto prezzo- un accesso alla partecipazione politica e un nuovo ruolo dello stato come garante delle esigenze di larga parte della popolazione.
Quel triangolo su cui si basavano questi regimi è ora in frantumi: sia i regimi, sia gli stessi movimenti integralisti, sia le potenze straniere si trovano in forte difficoltà di fronte agli avvenimenti attuali. C'é da dire che questi movimenti non nascono dal nulla, non nascono come mera sollevazione spontanea per rivendicare il pane; stiamo parlando di popoli che hanno una storia millenaria, hanno una coscienza e un senso di sé come tanti altri popoli nel mondo, soprattutto hanno una storia di lotta di liberazione dal giogo del potere colonialista. In alcuni periodi le popolazioni si sono mosse in termini di rivolta, di ribellioni, anche se, essendo popolazioni disarmate senza aiuti esterni, spesso sono state represse nel sangue. Molti degli attivisti sono stati torturati, incarcerati, esiliati, però attualmente sembra che la paura e la repressione non siano sufficienti per arginare questo flusso "rivoluzionario" di rivendicazioni che chiedono la fine di regimi impopolari, della corruzione, del marciume, per ottenere giustizia sociale, libertà e dignità, evidenziando una consapevolezza politica molto matura.
Ritengo elementi determinanti la mancanza di libertà e l'insicurezza dei cittadini. Il sentirsi perseguitati (perfino in casa propria) come persona umana, ha avuto un peso notevole e importante. Ricordiamoci inoltre che, se negli anni '60 e ' 70 questi stati hanno avuto un percorso economico che ha garantito una redistribuzione del reddito e la creazione di un minimo di Welfare, oggi questo è venuto meno, molte proprietà dello stato sono state privatizzate, anzi in molti casi accaparrate, "familizzate" dai parenti di chi gestiva il potere, che agli occhi della gente è strapotere assoluto.
In regimi così repressivi non ci sono neppure luoghi dove la gente può ritrovarsi; spesso non ci sono né spazi né riferimenti per le organizzazioni della società civile. Per questo strumenti come Twitter, facebook, cellulari, sms sono diventati sussidi per scambiare informazioni, per far sapere cosa sta accadendo nei vari luoghi, nelle varie situazioni. Oggi le connessioni sul piano telematico sono fortissime, sono connessioni che accorciano le distanze, anche popolazioni lontani dai luoghi del potere sono in grado di connettersi, accedere alle informazioni, acquisire conoscenze.
Da decenni assistiamo anche all'evolversi di una società civile mondiale dove avviene uno scambio di linguaggi, di temi come la giustizia, la libertà. Negli ultimi decenni questi processi sono divenuti più celeri. La televisione Al Jazeera, ad esempio, è diventata un luogo virtuale dove le persone possono partecipare, riconoscersi in una serie di contenitori culturali e politici, dove avvengono continuamente svolto dibattiti su temi sensibili, delicati in cui vengono presentati punti di vista completamente diversi. Nel caso di quello che è avvenuto in Tunisia, di fatto, da metà dicembre AJ è stata censurata nel momento in cui il regime ha capito l'importanza delle capacità di questa televisione di seguire le rivolte nei diversi luoghi del Paese, il luogo dove i tunisini si informano sui loro accadimenti e sulle manifestazioni di sostegno delle altre popolazioni arabe. Durante una trasmissione un cittadino tunisino intervistato ha detto che il 70% di quello che è avvenuto, il successo della rivolta è stato reso possibile grazie ad AJ, ma non perché AJ fomentava o sosteneva, ma perché documentava, faceva vedere quello che avveniva, mentre la televisione di stato nascondeva tutto.
Le date del 14 ed 25 gennaio 2011 saranno incise nella profondità dell'immaginario delle genti arabe. Popolazioni che da lunghi anni sono in attesa di riscatto per scrollarsi di dosso un orribile cumulo di fallimenti e di sconfitte sui tutti piani e specialmente il perpetuarsi delle sofferenze dei palestinesi e la drammatica situazione delI'Iraq.
Questa rivoluzione è nata dal basso, senza alcun sostegno esterno, a differenza delle "rivoluzioni a colori" sostenute da potenze straniere. Sono manifestazioni non funzionali a nessun progetto di potenza grande, media o piccola, sono manifestazioni di disobbedienza civile, disarmate, quindi non violente e questo confuta il fatto che da anni si va sostenendo in Europa, che la società musulmana si identifica con la violenza. La seconda questione è che con queste manifestazioni non ci si muove per questioni religiose, per difendere chissà quale astratta sacralità, ma per difendere la dignità di quei cittadini. Sono manifestazioni povere, non hanno neanche molti striscioni, sono manifestazioni dove si scrivono cartelli a mano, dove le parole d'ordine sono la libertà, la dignità, la democrazia, no al dispotismo (Istibdad), no alla corruzione (Fasad). La forza di queste manifestazioni è che sono sostenute da esponenti dei ceti medi, dagli operai , dai contadini, dalle donne, dagli uomini, dagli anziani e dai giovani. Sono movimenti popolari, non particolarmente ideologicizzati.
Questi movimenti non nascono, come si dice in Europa nel gergo politico, perché ci sono delle avanguardie che fomentano, che guidano. Le avanguardie se ci saranno nasceranno da questi movimenti, verranno fuori le persone che hanno partecipato effettivamente. Non è da trascurare la presenza di realtà politiche con un certo radicamento, perché queste manifestazioni non nascono dal nulla, ci sono state in passato mobilitazioni, rivolte e rivendicazioni che rappresentano dei riferimenti significativi per gli attivisti di oggi.
Oltre alle forze politiche a favore di un radicale cambiamento ci sono dei gruppi che hanno molti legami con vecchie e nuove potenze coloniali, ci sono personaggi che possono riciclarsi, possono rivendicare un linguaggio liberale, possono fare delle aperture di un certo tipo, molto moderate, con aggiustamenti di facciata, ma stanno attendendo l'occasione per inserirsi nel gioco e controllarne gli effetti. Certo che le potenze esterne proveranno a trovare delle strategie per impedire, far abortire, stroncare, nei migliori dei casi, trovare un compromesso per aggiustamenti timidamente liberali sul piano politico e sul piano economico. Ma non credo che siano sufficienti per dare risposte a esigenze di società dove circa il 60% della popolazione è giovane, con livelli di istruzione molto alti, aspettative molto alte, diverse dai loro genitori. Si ha a che fare con una nuova fascia della popolazione molto estesa che si sente totalmente esclusa, per cui gli aggiustamenti di facciata non potranno reggere a lungo, ma ci sarà bisogno di riforme radicali sul piano sia politico che economico, perché la gente è stanca di vivere in condizioni inaccettabili e di accettare il servilismo come ricetta per accedere a un nuovo progresso.
Sandor Marai, scrittore ungherese, esiliato in Italia a Napoli dal 1948 al 1952, scrisse delle riflessioni di grande forza e intensità sulla condizione dell'uomo esiliato, profugo, senza patria. Il suo pessimismo è ancora valido perché esprime momenti di grandi e drammatiche verità? Oppure oggi qualcosa è cambiato e gli esili e le migrazioni sperimentano condizioni diverse e nuove possibilità di convivenza e mescolanza? Vi offriamo questa riflessione. Tutte le citazioni sono tratte da "Il sangue di San Gennaro" di Sandor Marai, 1957, edizioni Adelphi 2010.
Uno storico francese di origini mediorientali intervistato nei giorni scorsi sulle rivolte del mondo arabo ha citato lo stesso Risorgimento europeo del 1848 che in questi mesi è al centro di analisi e dibattiti sull'Italia dei 150 anni. Ma è credibile parlare di Risorgimento arabo nel 2011?
Autorizzazione del Tribunale di Milano n° 132 del marzo 2009.
