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Alessandra Montesanto

Alessandra Montesanto

Questa è una comunicazione che potrebbe interessare tutti i cineasti che provengono dall'Africa francofona subsahariana.
Dal 5 al 22 gennaio, Istanbul modern cinema presenta un focus intitolato "Afrika!" dedicato alla produzione cinematografica africana, una produzione relativamente nuova (il Cinema arriva nel continente circa cinquant'anni fa) ma ricca dal punto di vista estetico e interessante per le storie raccontate.
Si parla di "gastarbeiter" nel film Almanya – La mia famiglia va in Germania. Chi è un "gastabeiter"? In lingua tedesca è un lavoratore ospite, un lavoratore straniero.
Il 13 dicembre 2011 è stata una giornata particolare. A Firenze l'ottusità folle e omicida uccide due senegalesi; a Milano si tengono due incontri significativi e carichi di speranza per la creazione di una città libera e aperta alle proposte di tutti, italiani e stranieri.
Sabato 24 Dicembre 2011 18:14

EDITORIALE - Noi ci siamo, state con noi

Noi ci siamo. Noi di Assaman ci siamo e ci saremo con le nostre parole, le nostre opinioni, il nostro impegno. Noi ci siamo per far discutere, per far riflettere. La stampa, l'informazione, la Cultura (con tutte le sue forme artistiche) non devono rimanere strumenti sterili, che si fissano sulla carta ma non nella memoria, che restano chiusi in un cinema o in una galleria invece di circolare liberi per stimolare il confronto tra italiani e stranieri, tra persone aperte all'Altro e persone con una mentalità differente.
Fino al 1973 siamo stati noi italiani gli emigrati, apostrofati come "quelli che non si lavano": migranti dal Sud verso il Nord, dall'Italia all'estero. Eppure c'è chi fa finta di esserselo dimenticato; eppure, nel 2011, è in vigore la legge Bossi-Fini.
Domenica 11 Dicembre 2011 09:50

La potenza della parola che si fa vita

Dal 24 novembre al 4 dicembre è stato organizzato un ciclo di incontri, la "Settimana interculturale per tutti", per far conoscere e valorizzare la ricchezza derivante dall'intreccio di culture diverse sul territorio del Nord Italia. Cinema, teatro, fotografia: questi alcuni strumenti, alcune forme d'arte che hanno veicolato una riflessione, un'analisi, un dibattito sul fenomeno dell'immigrazione come valore aggiunto per la società italiana e quella milanese in particolare. Da segnalare, tra le opere presentate, allo Spazio Oberdan e all'Auditorium San Fedele, due documentari: Noi, romeni nel mondo e Memoria passata di un personaggio, della romena Maria Stafanache.

Nell'ultimo anno sono stati realizzati numerosi documentari che presentano,come argomenti principali, la migrazione e l'identità: storie che ci riguardano da vicino, che smuovono le nostre coscienze, che stimolano il pensiero critico.

In questo periodo il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ribadito l'assurdità del fatto che un figlio di una coppia di immigrati, nato nel nostro Paese, non sia considerato italiano, ma debba aspettare la maggiore età per affrontare l'iter di richiesta della cittadinanza.  Proprio questo è il tema al centro del documentario intitolato 18 Ius soli  di Fred Kowornu, bolognese di origini ghanesi.

Da sempre attento ai diritti umani e civili, collaboratore del regista americano Spike Lee e autore di programmi per la TV, l'autore – in questo suo ultimo lavoro uscito nel mese di ottobre – raccoglie le testimonianze di molti di questi ragazzi – nati e cresciuti in Italia, ma di famiglia asiatica, sudamericana o africana – in lotta per essere riconosciuti come cittadini italiani. Parlano perfettamente la lingua, studiano nelle nostre scuole, hanno una loro cerchia di amici: sono italiani a tutti gli effetti, tranne che per la nostra legislatura. I 18 anni, per loro, sono un incubo, non una festa: da quel momento, infatti, la loro vita dipende da un permesso di soggiorno, ostaggio di un foglio di carta che attesti il loro “diritto al suolo”. 18 Ius soli vuole essere un manifesto che generi una campagna sociale di cambiamento e di arricchimento rivolta ai politici che ne dovrebbero essere gli artefici.

I genitori dei ragazzi di “seconda generazione” hanno, probabilmente, affrontato un viaggio lungo e pericoloso, a bordo di quei barconi che solcano ogni giorno il Mediterraneo per approdare sull'isola di Lampedusa. Dopo il fortunato Come un uomo sulla terra, Dagmawi Yimer – cineasta di origini etiopi – torna a Lampedusa per narrare la propria storia: costretto a partire dalla propria terra nel 2006, “Dag” attraversa la Libia e, fortunosamente,  riesce ad approdare sulla piccola isola italiana, insieme a tanti come lui.

Il documentario – che, nella sua semplicità narrativa, alterna incontri e interviste – è stato premiato al Salina DocFestival e al Festival del Cinema Africano di Verona perchè rende, con lucidità e poesia, lo spirito di umanità dei lampedusani, ma anche la loro stanchezza; i numerosi disagi vissuti dai migranti, ma anche la loro tenace speranza di una svolta...In fondo, che differenza c'è tra il destino di un pescatore italiano e quello di un migrante? Cosa divide italiani e stranieri? Soltanto il mare, come recita il titolo del film.

Ancora un viaggio, fisico e mentale. È quello narrato ne Il viaggio di Ilyess (o Harraguantanamo), un prodotto originale e suggestivo, narrato anch'esso in prima persona e realizzato attraverso 70 immagini dal trentenne tunisino Ilyess e montate dalla videomaker modenese Giulia Bondi.

Ilyess Ben Chouikha usa il cellulare per riprendere – tra marzo e aprile 2011 – il suo viaggio di “harraga”, ovvero di clandestino, da Lampedusa a Trapani, dove verrà rinchiuso in una tendopoli che il ragazzo chiama “la sua Guantanamo”. Le immagini sono accompagnate da brevi testi di sms, in un francese stentato, con cui ilyess racconta la sopravvivenza nel campo, una tentata fuga, il comportamento della polizia: solo in 5 minuti. Ma pochi minuti sono sufficienti per far percepire – attraverso lo sguardo e il corpo di un migrante – cosa significhi essere sballottati, in compagnia solo dei dubbi e della paura.

Dai figli degli immigrati che dovrebbero avere, fin dalla nascita, la sicurezza di una patria e di un'appartenenza, a coloro che devono affrontare l'inferno di un esodo difficile, spesso, drammatico. Queste persone sono tante e diverse, come le storie che portano con sé. Una ragazzina che vorrebbe scappare da Dubrovnik bombardata; un'altra, Violeta, che dall'Albania è riuscita ad arrivare a Bari; una giovane nigeriana giunta a Genova dopo un periodo di prostituzione forzata: queste sono solo alcune delle esperienze che – nel documentario di Bruno Bigoni intitolato Il colore del vento – si intrecciano a due canzoni di Fabrizio De Andrè: la celebre “Creuza de ma” che parla di un marinaio che naviga e tocca molti porti del Mare Nostrum e “Il sogno di Maria”, in cui Maria esce dalla porta perchè ha il desiderio di vedere se il vento abbia colori diversi, come il mare.

Terra, acqua, aria (e fuoco): anche gli elementi testimoniano che apparteniamo tutti alla stessa Natura e che tutti – anche se di colori differenti – non ci possiamo sottrarre alla condizione umana.

Nell'ultimo anno sono stati realizzati numerosi documentari che presentano,come argomenti principali, la migrazione e l'identità: storie che ci riguardano da vicino, che smuovono le nostre coscienze, che stimolano il pensiero criticNell'ultimo anno sono stati realizzati numerosi documentari che presentano,come argomenti principali, la migrazione e l'identità: storie che ci riguardano da vicino, che smuovono le nostre coscienze, che stimolano il pensiero critico.
Nell'ultimo anno sono stati realizzati numerosi documentari che presentano,come argomenti principali, la migrazione e l'identità: storie che ci riguardano da vicino, che smuovono le nostre coscienze, che stimolano il pensiero critico.
Ci sono giochi e giochi. Nell'era della play-station e dei videogames spuntano nomi di applicazioni quali: "Rimbalza il clandestino" oppure "Acciacca lo zingaro". Sembra assurdo, ma è così.
Oltre 50 fotografie di grande formato raccontano il continente africano, in una mostra allestita, dal 26 ottobre al 6 novembre, presso La Casa delle Culture del mondo di Via Natta a Milano.
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Autorizzazione del Tribunale di Milano n° 132 del marzo 2009.

 

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