| La tratta delle donne nigeriane in Italia |
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| Scritto da Isoke Aikpitanyi (Aosta-Benin City) | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Mercoledì 21 Ottobre 2009 09:32 | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Per venire in Europa affrontiamo viaggi terribili: in molte moriamo attraversando il deserto, in parte a piedi; in molte moriamo in mare sui barconi che non stanno a galla e sono respinti. Alla fine quelle che arrivano, subiscono altre violenze, ma le violenze subite durante il viaggio sono peggiori di quelle che subiamo qui e le peggiori condizioni di vita qui, sono migliori di quelle che lasciamo nei nostri paesi di origine. Ecco perché partiamo. Ma possiamo arrivare anche grazie alla corruzione; dogane, documenti, permessi e visti hanno un costo: chi paga di più viaggia in aereo e arriva comodamente dove vuole, senza problemi, senza respingimenti. All’inizio i trafficanti e le maman ci sembrano degli amici se non sono dei parenti. Nessuna di noi può credere che un’altra donna ci faccia del male, perchè nel nostro paese sono le donne a mandare avanti la famiglia con la solidarietà fra donne di fronte alla fame, alle guerre, alle malattie e alle violenze tribali come le mutilazioni sessuali, la lapidazione, la poligamia dei padri che abbandonano figli e moglie, le violenze in famiglia. Succede tutto questo perchè l’Africa è arretrata? No. L’ultimo dramma di un’africana clandestina minorenne in Italia ha due colpevoli: una maman africana e suo marito italiano che l’hanno massacrata di botte perché non voleva prostituirsi; quando è arrivata al pronto soccorso aveva la carne delle braccia che cadeva a pezzi, segni di bruciature in tutto il corpo ed era completamente scalpata. La violenza africana e quelle italiana si sono accanite insieme contro di lei così come le mafie si alleano e fanno insieme guerre e affari. La mente di questa bambina è perduta: ha chiesto di poter mandare una foto a casa per dimostrare ai genitori per quale motivo non può mandare soldi. E non è un caso isolato, solo che non se ne parla. Il colonialismo vecchio e nuovo ci ha rubato le risorse, ha corrotto la politica e ha quasi cancellato la nostra dignità: i nostri valori più autentici si sono trasformati nel sogno di fare business, come i bianchi: business con tutto, con le donne, con i bambini, le armi, la droga, gli organi. E il voodoo, religione tradizionale che un tempo distingueva il bene e il male, è diventato una magia terribile per sottometterci. Falsi preti seguono i migranti e sono complici dei trafficanti: fanno pressione sulle vittime della tratta che si rivolgono a loro per chiedere aiuto, le convincono che Dio vuole così, che devono obbedire e pagare il debito.
foto PAGI
Sapete cosa diciamo noi africane migranti, clandestine, vittime della tratta? Ogni africana stuprata è una donna bianca che si salva da uno stupro. È più facile fare violenza ad una donna che non ha diritti. Questo succede nei Paesi che non ammettono la parità tra uomo e donna ma succede anche in quelli che difendono questi diritti. Lo stupro è una violenza gravissima, ma la prostituzione per le vittime della tratta è uno stupro a pagamento: ecco perché noi donne africane consideriamo che non si possa fare una lista delle violenze contro le donne se non ci mettiamo dentro anche la prostituzione coatta. Purtroppo nessuno ci ascolta, così noi molto spesso subiamo stupri, ma non siamo considerate vittime, anzi siamo colpevoli, colpevoli perchè siamo clandestine e ci prostituiamo, anche se noi non abbiamo scelto liberamente di essere in queste situazioni. Far sentire le donne vittime di stupro addirittura colpevoli di ciò che hanno subito, è una cosa che è sempre successa: alle donne bianche si dice che sono troppo libere, troppo poco vestite, troppo provocatrici; alle donne migranti si dice che lo stupro se lo vanno a cercare, perchè si prostituiscono. Chi fa violenza, allora? Basta dire che la violenza sulle donne è soprattutto maschile quindi sappiamo chi sono i colpevoli, basta punirli: gli stupratori, i clienti di prostitute. La verità è più complicata: le violenze sulle donne sono possibili solo se ci sono delle complicità. Gli stupratori di clandestine sono impuniti, perchè le vittime non possono presentare denuncia in quanto clandestine, quindi colpevoli loro stesse di un reato; i clienti di prostitute sono puniti, ma non tutti. Quelli che vanno in strada sono considerati depravati e sono puniti, ma chi cerca i servizi sessuali di accompagnatrici, escort e sex workers, no. E ci sono clienti che, invece, sono la principale risorsa delle donne clandestine costrette a prostituirsi; in Italia c’è una legge avanzata contro la tratta, ma è pocoefficace, per cui spesso i clienti diventano dei salvatori e le istituzioni diventano i soggetti violenti che le respingono. Questa non è la verità assoluta, ma è come noi donne migranti, clandestine, vittime della tratta viviamo la situazione. E così, quando si parla di sicurezza, le autorità e la polizia sono visti dalle vittime della tratta come dei nemici che possono rovinarti la vita, non come dei difensori dalle ingiustizie e dalle violenze, perché anche il rimpatrio forzato ci espone a molte violenze e se ci mandano in un Cpt è anche peggio che finire in galera. Poi ci sono operatori dei servizi sociali che si occupano di noi ma ci considerano solo delle prostitute e, anche se non danno giudizi morali, affermano che abbiamo dei diritti proprio perchè siamo delle prostitute e contestano quella che chiamano “la retorica della schiavitù”, come se la schiavitù esistesse solo in pochi casi. Per cui, o siamo prostitute o non siamo nulla. Questa è una violenza. Ed è violenza pretendere da una vittima della tratta di essere così determinata nella sua decisione di liberarsi, da denunciare capi mafia (che non conoscono), trafficanti (che forse sono dei parenti), maman (che sono delle “amiche” di famiglia), perché senza questa denuncia non ottengono nessun aiuto. Questa è una violenza. Ne sono forse responsabili le istituzioni in generale, come i maschi sono colpevoli diretti e personali? Le violenze esistono perchè esistono soggetti deboli e le donne sono indubbiamente un soggetto debole. E le violenze esistono se il sistema sociale non tutela i soggetti deboli: penso alle mie sorelle che sono costrette a prostituirsi nei bordelli libici e mi chiedo chi li ha permessi e se, in Italia, aver respinto le vittime della tratta dalle strade ai luoghi chiusi, non sia più o meno la stessa cosa. Certo, prostituirsi nel deserto è terribile, ma nei luoghi chiusi occidentali le donne sono ugualmente schiave e oltre 200 ragazze sono state uccise in Italia in pochi anni. I soggetti deboli sono le donne, ma anche le minoranze etniche, le comunità religiose, le parti politiche e, all’interno di queste realtà, per le donne la situazione è più grave ancora. Certo le violenze contro le donne sono possibili solo fino a quando le donne dicono Bata e non sono più donne che educano i figli maschi alla superiorità e le figlie femmine alla sottomissione e non portano più le figlie a subire mutilazione genitali. Ma questa crescita della consapevolezza femminile alle donne costa molto cara. Una delle prime che ci provò, la mia eroina Tahirih, persiana, fu uccisa a metà del 1800 perché voleva la parità uomo-donna e apparteneva alla minoranza religiosa bahai, ancora oggi perseguitata. E il mondo è pieno di altre Tahirih. Bisogna capire, inoltre, che la violenza maschile di oggi è diversa da quella di un tempo: oggi la supremazia maschile è superata o almeno è messa in discussione ma i maschi fanno resistenza e arrivano a dire di essere in crisi, e quindi violenti, perchè l’affermazione dei diritti delle donne ha messo in crisi il loro ruolo nella società e nelle relazioni di genere. Gli omicidi di donne che lasciano il loro compagno, gli stupri di gruppo, le persecuzioni psicologiche si spiegano così: l’uomo si sente ancora superiore e non accetta di perdere il dominio e il controllo delle relazioni. Per questo, in Italia, molti cercano le prostitute: per affermare dominio e superiorità sui corpi e sui diritti delle donne. Gli stupratori seriali, i violenti occasionali, quelli che sono presi di raptus, non sono più malvagi dei maschi che cercano prostitute; il comportamento e la mentalità sono gli stessi, poi ognuno agisce e fa la violenza di cui è capace, chi ne fa poca, chi arriva all’estremo. Insomma, la prostituzione è uno sfogatoio per la violenza di genere subita dalle donne in famiglia, e poiché la maggior parte delle prostitute sono, in realtà, donne migranti, clandestine, vittime della tratta, l’obbligo di prostituirsi è, come dicevo, una violenza. Ai maschi di oggi mancano gli strumenti culturali per affrontare in modo nuovo la loro identità di genere e a loro resta solo la violenza. Anche ai giovanissimi ai quali non è stato trasmesso nessun valore, nessuna educazione affettiva, sentimentale, relazionale, sessuale, nè dalle famiglie, nè dalla scuola, nè dai media. Eppure esiste in Italia un’esperienza di coscienza maschile, l’associazione nazionale “Maschile Plurale” che ha scritto e diffonde anche all’estero un appello contro la violenza maschile sulle donne, iniziando una riflessione che porta a scardinare poco a poco i modelli basati sulla supremazia maschile. “Maschile Plurale” ci offre, quindi, uno strumento nuovo contro la violenza sulle donne. Un altro strumento lo costruiamo insieme in questi due giorni nei quali alle testimonianze ufficiali ed istituzionali, intellettuali e sociologiche, avete voluto aggiungere anche la mia. Come ho già detto sono africana, nigeriana, clandestina, vittima della tratta, non ho titoli di studio o professionali per essere qui. Ho solo la mia storia: sono stata quasi uccisa qui, in Italia, quando mi sono liberata dal racket della mafia nigeriana e da allora sostengo le vittime della tratta come posso. Anche parlando a voi e dicendo che noi vittime della tratta siamo un soggetto molto debole, e molte di noi sono bambine, minorenni. In Italia il Ministero delle Pari Opportunità ha promosso una Campagna contro lo stalking. Io spero che Tania e le altre dell’Est, le ragazze orientali, le tantissime latino-americane che abbiano trovato nei vari paesi dove sono migrate dalla loro Juarez, e le ragazze di Benin City, le “mie” amiche e sorelle africane, non siano dimenticate, e che il Ministero voglia fare campagne e nuove leggi anche per loro, mentre fa molto per le donne italiane. Chiedo che progetti di informazione e prevenzione siano realizzati nei paesi di origine: io stessa ho intenzione di tornare in Nigeria a fare una missione di questo tipo affinché nessuna donna possa essere sfruttata perché cerca fortuna all’estero. Chiedo aiuto, mentre chiedo si facciano anche azioni politiche ed economiche incisive nei paesi da dove i migranti partono. Credo, inoltre, sia necessario non si dimentichi che la violenza che colpisce le donne come soggetto debole, colpisce altri soggetti deboli come i gay e i transessuali, uomini che non rientrano nel modello maschile tradizionale dominante o che hanno lasciato i privilegi della virilità per farsi donne e diventare l’altro inteso gerarchicamente come inferiore; colpisce uomini che subiscono la violenza di donne che per affermare i loro diritti hanno rinunciato alle specificità del femminile per farsi maschi violenti; colpisce uomini deboli, debolissimi anche loro perchè migranti e clandestini. Milioni di donne subiscono violenze dai maschi e perfino dai mariti e dai compagni. Certo, non lo dimentico, e questo è il tema e il problema centrale di questo nostro incontro: è che tutti gli interventi di questi giorni sono incentrati su questo ed io ho voluto esprimervi il modo con cui noi migranti, clandestine, vittime della tratta viviamo questo problema. Se non lo facevo io, chi altro l’avrebbe fatto? Mi avete dato voce, avete dato voce alle vittime della tratta. Da donna a donne, grazie». Questo testo pubblicato è l’intervento di Isoke Aikpitanyi alla Conferenza internazionale G8 contro la violenza sulle donne, a Roma il 9 e 10 settembre scorso. Isoke Aikpitanyi è nata a Benin City, nel Benin, ed è arrivata a Torino nel 2000 con la promessa e la speranza di svolgere un lavoro normale per aiutare la sua famiglia di origine. È stata ingannata e trasformata in schiava del sesso. È riuscita a liberarsi con l’aiuto di un italiano,Claudio Magnabosco, suo compagno da dieci anni, e da allora sono tutti e due impegnati totalmente nel Prbc Progetto la Ragazza di Benin City, che aiuta centinaia di ragazze schiavizzate, nigeriane, africane, straniere in Italia, coinvolgendo anche migliaia di uomini-clienti in attività di presa di coscienza. La storia è raccontata nel libro Le Ragazze di Benin City, a cura di Laura Maragnani (Melampo 2007).
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