Kadim, il “clandestino” che non può essere espulso PDF Stampa E-mail
Scritto da Lorenzo Bagnoli (Milano, Italy)   
Lunedì 08 Febbraio 2010 23:42

Khadim ha 41 anni e da otto vive e lavora vicino Napoli. Dal 5 gennaio è rinchiuso nel carcere di Civitavecchia e ci resterà per sette mesi. Il reato di cui è colpevole consiste nel non aver ottemperato al decreto di espulsione a suo carico. L’arresto è avvenuto a Fiumicino, dove stava per salire su un aereo con destinazione Dakar.

La storia di Khadim è stata segnalata al Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, da amici italiani del senegalese. «È assurdo – sostiene Marroni - che venga arrestato proprio nel momento in cui sta ottemperando all’espulsione e se ne andava a spese sue. Tutto ciò è frutto di un sistema paradossale, formalistico, ispirato a una norma applicata in modo burocratico». Il sistema prevede che la questione non si risolva nemmeno con la detenzione: una volta scontata la pena, si provvede all’identificazione e all’espulsione. Per questo si passa dal Centro di identificazione ed espulsione (Cie), dove entro sei mesi le autorità italiane si occuperanno del rimpatrio del clandestino.

Guido Savio, avvocato torinese membro dell’Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (Asgi), spiega: «Completare l’espulsione non è semplice: il problema maggiore riguarda l’identificazione dei cittadini» «Poniamo il caso – precisa Savio - in cui io dichiari di essere cisgiordano ma in realtà sono marocchino. Se non si trovano documenti che accertino la mia vera identità non verrò mai riconosciuto dalle autorità di frontiera palestinesi perché in realtà sono marocchino, così dovrò essere riportato in Italia. I tempi tecnici dell’espulsione, così, si dilatano inesorabilmente». E se i sei mesi di soggiorno nei Cie non bastano per eseguire l’espulsione? «L’immigrato irregolare viene rilasciato ma è obbligato a lasciare l’Italia entro cinque giorni. Se non lo fa, al controllo successivo scatterà un nuovo decreto d’espulsione e la trafila ricomincerà daccapo. Come in un gioco dell’oca».

Il garante dei detenuti del Lazio ha cercato di evitare che Khadim finisse in questo circolo vizioso e ha chiesto di tramutare la carcerazione in una pena alternativa, come previsto per i reati per cui la detenzione è minore di due anni. Però si è scontrato con un provvedimento stabilito dalla legge Bossi-Fini del 2002. «Per i reati previsti dal testo unico della legge sull’immigrazione, risalente al 1998 – precisa Marroni - la Bossi-Fini non prevede una misura alternativa al carcere, senza alcuna distinzione circa la tipologia del reato commesso».

Se oggi un immigrato clandestino venisse controllato si troverebbe in una situazione diversa da quella affrontata da Khadim per via dell’approvazione del “pacchetto sicurezza”. Una volta che la questura ha accertato l’irregolarità del suo soggiorno, «in primo luogo il prefetto ne ordina l’espulsione e parallelamente, con l’approvazione del “pacchetto sicurezza”, parte una denuncia penale per il reato di clandestinità», spiega l’avvocato Savio. Il clandestino si ritrova con in mano un foglio di via con cui è obbligato a lasciare il territorio italiano entro cinque giorni. «Nella maggioranza dei casi l’espulsione non avviene entro questo limite, a causa delle difficoltà della questura a procedere all’identificazione del clandestino e disporne l’espatrio. Parte così il processo per il reato di clandestinità, punito con il pagamento di una multa tra i 5 e i 10mila euro. Se, come prevedibile, l’immigrato non ha i soldi per pagare, la pena è sostituita con l’espulsione. In pratica l’immigrato va collezionando decreti di espulsione, il primo emesso per via amministrativa dal prefetto e il secondo per via penale dal giudice di pace, senza che nessuno riesca a eseguirli». E in caso le forze pubbliche scoprissero, nel corso di un controllo, che l’immigrato ha già due decreti a suo carico, a questo punto è condotto in carcere. La prima volta, la detenzione dura al massimo 48 ore; se la condanna diventa definitiva, invece, si rischiano da uno a quattro anni. Scontata la pena, si entra nel Cie, col rischio di entrare nuovamente in questo circolo vizioso. Sul quale la magistratura di sorveglianza non ha voce in capitolo, perché l’applicazione delle leggi in materia di immigrazione non è discrezionale.

Secondo l’avvocato Marroni «prima la Bossi-Fini, poi la Giovanardi, poi la Cirielli, e da ultimo l’introduzione del reato di immigrazione clandestina hanno inasprito le pene rendendo la detenzione la principale arma contro il fenomeno. In questo modo la piaga non viene mai sanata ma, al contrario, si acuisce anche il sovraffollamento delle prigioni e s’ingolfa la macchina giudiziaria». Ma che cos’è il reato di clandestinità? Dalle pagine del Corriere della Sera, Angelo Panebianco l’ha definito «nient’altro che la rivendicazione di uno Stato del suo diritto sovrano al pieno controllo del territorio e dei suoi confini, della sua prerogativa a decidere chi può starci legalmente e chi no». Per il garante dei detenuti del Lazio, invece, «il reato di clandestinità deriva della paura del diverso tra di noi, dalla paura di una “contaminazione” del mondo occidentale». «Al contrario – continua Marroni - bisogna pensare che se oggi tutti gli immigrati se ne andassero, l’economia in Italia crollerebbe al Nord come al Sud». «Devono cambiare le leggi – propone – perché così si sottopongono i migranti a un carico di sofferenza inaccettabile».

Commenti
Nuovo Cerca
Commenta
Nome:
Email:
 
Website:
Titolo:
UBBCode:
[b] [i] [u] [url] [quote] [code] [img] 
 
 
:angry::0:confused::cheer:B):evil::silly::dry::lol::kiss::D:pinch:
:(:shock::X:side::):P:unsure::woohoo::huh::whistle:;):s
:!::?::idea::arrow:
 
Please input the anti-spam code that you can read in the image.

3.26 Copyright (C) 2008 Compojoom.com / Copyright (C) 2007 Alain Georgette / Copyright (C) 2006 Frantisek Hliva. All rights reserved."